GENEALOGIA DI GESU': un bambino e la Bibbia*

Che cos'è la Bibbia? Cos'ha di speciale la Bibbia? Perchè leggere questo testo sacro? Perchè realizzare una genealogia grafica da Dio Padre Creatore a Gesù? La Bibbia è la Parola di Dio, ed Egli ha parlato e parla a noi suoi figli attraverso questo testo, scritto da alcuni uomini che sono stati ispirati proprio da Lui, che ha utilizzato i loro talenti per farci conoscere e capire i suoi pensieri e le sue parole amorevoli, i quali sono tutti per il nostro bene, e proprio a un bambino è nato il grande desiderio di conoscere tutto quello che Dio Padre dice per vivere nel suo infinito amore.

C'era una volta un bambino che amava immergersi nella lettura, ma ancor più, nel profondo del cuore, sebbene ancora piccolo, amava immensamente Dio. Un giorno, mentre sfogliava un libro dei tanti del suo mucchio, un po' insoddisfatto guardò in alto e il suo sguardo andò a posarsi su di un libro con una copertina elegante color rosso bordeaux, così ne fu immediatamente attratto. Questo libro un po' solitario era posto sulla parte più alta della libreria, e quindi lui, essendo piccino, non riusciva nonostante i vari tentativi a prenderlo. Allora fu costretto a chiederlo alla sua mamma, ma lei rispose che era la Bibbia dei grandi, mentre lui aveva già letto la Bibbia per i piccoli, quindi notò già dalle copertine di entrambi i libri che c'era qualcosa di diverso. La Bibbia dei piccoli aveva una copertina colorata e illustrata, l'altra aveva una copertina che le dava un aspetto importante e un po' misterioso, allora il bambino chiese alla mamma la Bibbia dei grandi e di tutti i Cristiani. La sua mamma non voleva dargliela perchè lui era ancora piccino ed aveva timore che il suo testo non fosse facilmente comprensibile, ma dopo tanta insistenza la mamma cedette e glielo diede. Quando il bambino prese quella bella Bibbia fra le sue mani sentì il proprio cuore colmarsi di gioia. Guardò all'interno e vide numerose e fitte parole, prima di iniziarlo a leggere lo esaminò attentamente. La prima cosa che capì è che questa sacra Bibbia era divisa in due parti: Antico Testamento e Nuovo Testamento, ovvero la prima parte è composta dai libri prima del Vangelo, in cui con Dio il Popolo d'Israele fece una sorta di alleanza, e la seconda parte comprende i Vangeli, gli Atti degli Apostoli, le lettere paoline, le lettere cattoliche e l'Apocalisse, in cui si narra di Gesù che si sacrificò per noi per rinnovare il patto con il Padre.

Giorno dopo giorno così il bambino iniziò a leggere...Iniziò dal libro della Genesi dove vengono riportati i sette giorni della Creazione e man mano che leggeva incontrava tante persone, tra cui coloro che facevano parte della genealogia diretta di Gesù. Il bambino, man mano che incontrava così tanti personaggi nella sua mente costruiva un grafico e siccome i nomi erano tantissimi incominciò a costruirne uno con il suo computer, e insieme ai nomi nella sua mente si legarono insieme fatti e vicende.

Un giorno incontrò un amico di nome IAB, e anche lui conosceva la Bibbia molto bene. Il bambino riferì a questo amico quello che stava facendo, ma IAB si accorse che i nomi che gli venivano riferiti erano diversi da quelli scritti dalla Bibbia approvata pienamente dalla CEI (Conferenza Episcopale Italiana), infatti il bimbo stava leggendo una vecchia edizione. Era il periodo di Natale e IAB regalò a questo piccolo amico una bellissima Bibbia CEI dell'ultima edizione, con le note dell'istituto teologico di Gerusalemme. Il bambino rimase affascinato e felice per questa Bibbia dalla copertina telata color rosso fuoco, come lo Spirito di Dio. IAB disse al bambino di leggere solo il Vangelo e di aspettare un po' prima di leggere l'Antico Testamento. Il bimbo in parte ubbidì perchè lesse e rilesse il Vangelo, però continuò a leggere l'Antico Testamento e a costruire il grafico. Per capire cosa ha detto Dio su ogni argomento, dobbiamo conoscere ciò che Egli ha detto in tutta la Bibbia. Il bambino iniziò dalla Genesi e man mano, per capire meglio, iniziò a incrociare e ad andare avanti e indietro fra il libro dei Numeri, il primo libro delle Cronache, il libro dell'Esodo, il primo e secondo libro di Samuele e il primo e il secondo libro dei Re, e se questi libri potevano sembrare duri e difficili, si rivelarono chiari e facili, creando la genealogia. La Bibbia ci documenta come Dio si è rivelato agli uomini migliaia di anni fa prima con i Patriarchi e i Profeti al popolo di Israele e poi mandando il Suo Figlio Gesù per tutto il mondo. Per capire la Parola di Dio la Bibbia deve essere letta tutta in ogni sua parte, ma non come un normale libro, la Bibbia è una piccola biblioteca, infatti il suo nome deriva dal termine greco "Biblia", che significa "libri". Questa piccola ma grande e importante biblioteca è composta da ben 73 libri, di cui 46 sono dell'Antico Testamento e 27 del Nuovo Testamento. Nell'Antico Testamento possiamo trovare piacevoli libri di facile lettura come il libro di Tobia e il libro di Rut. Nel primo libro dei Re mentre si legge si incontra una meravigliosa costruzione di un tempio del re Salomone dedicato al Signore e la particolare descrizione ci viene proiettata nel cervello, come se fossimo lì nonostante il lungo lasso di tempo. Nella Bibbia però si incontrano anche storie umane composte da peccati, falsità, sete di potere e cattiveria, ma tutto ciò non spaventa, perchè anche oggi possiamo incontrare il male, ma in questo libro si incontra anche il bene. Quel che interessa non sono i fatti umani, ma quel che interessa è vedere come Dio agisce con questi errori umani... e quindi il bambino che leggeva non si spaventò, ma faceva attenzione a come agiva Dio e intanto continuava a costruire il suo grafico della genealogia di Gesù, perchè per lui era importante arrivare a Gesù, Colui che ha rinnovato la Creazione e che continua ad essere in mezzo a noi.

Il bambino incontrò Adamo ed Eva, che furono cacciati da Dio fuori dall'Eden, dopo aver cercato di essere più grandi di Lui con l'inganno del serpente, generando il peccato originale; Caino, che, uccidendo il fratello Abele, fece il secondo peccato della storia, così da essere fatto esiliare da Dio, e per noi questo può sembrare una punizione, ma questo episodio fa capire che Dio non abbandona mai i suoi figli, soprattutto quando sono in errore, anche grave, infatti Dio disse: "Ebbene, chiunque ucciderà Caino subirà la vendetta sette volte!". Nello stesso tempo Dio si affida a coloro che hanno un cuore buono, fedele e giusto, come Noè, il quale il Signore gli affidò il compito di costruire un'arca per salvare la sua famiglia e gli animali dal diluvio universale, perchè voleva iniziare tutto da capo, in quanto gli uomini di quel tempo si erano allontanati da Lui. Poi il bambino incontrò Abramo, sposo di Sara, che si fidò ciecamente di Dio, quando gli disse di uscire da Ur dei Caldei e di andare in Canaan, e per questo il Signore lo ricompensò promettendogli che sarebbe stato padre di una nazione e che la sua discendenza sarebbe stata numerosa come "le stelle del cielo e la sabbia del mare". Però Sara era divenuta anziana e ancora non era riuscita ad avere figli, e quindi non credeva più che Dio avesse mantenuto la promessa, ma Abramo continuò ad avere fiducia nelle parole di Dio. Infatti alla fine, il sogno impossibile di Sara, ormai novantenne, divenne realtà, grazie a Dio, e così diede alla luce quel bambino tanto atteso, il quale fu chiamato per la tale gioia Isacco, che significa proprio "colui che ride". Questo episodio ci insegna che Dio mantiene sempre le sue promesse e che ci si deve fidare pienamente di Lui, perchè le sue parole sono Via, Verità e Vita. Dio poi mise di nuovo alla prova la fede di Abramo, ordinandogli di sacrificare il suo unico figlio. Abramo obbedì, fidandosi del Signore, ma, mentre nell'infinita tristezza Abramo stava per vibrare il colpo mortale al figlio per l'olocausto, Dio mandò un angelo a impedire questo sacrificio, perchè aveva capito che aveva piena fede in Lui. Questo fu un segno di grande fede in Dio, anche oltre ogni umana considerazione. Il bambino leggendo questo passo del libro della Genesi, capì che con il Signore non si può dare nulla per scontato e che il vero sacrificio che Lui chiede non è uccidere animali e tanto meno figli! Ma è quello di camminare sulla sua strada, anche quando sembra che conduca al nulla.

Poi il bambino proseguiva a scrivere i nomi delle tante persone che incontrava nella Bibbia, sembrava che costoro stessero lì ad aspettarlo da millenni. Lui fu felice di dar loro vita, scrivendoli nelle caselle che costruiva per loro. Agli uomini diede caselle azzurre, alle donne caselle rosa, ai popoli caselle verdi, e, per evidenziare bene quelli della genealogia diretta di Gesù, mise un'ombra gialla. Leggendo e scrivendo incontrò Giacobbe, figlio di Isacco, figlio di Abramo, che sposò Rebecca. Giacobbe aveva un gemello di nome Esaù. I due litigavano già prima di nascere, mentre erano nel grembo materno; infatti, mentre stavano per nascere, Giacobbe stringeva il tallone ad Esaù, quasi a cercare di uscire prima per avere la benedizione del padre Isacco, ma nacque prima Esaù. Da grandi i due fratelli non andavano d'accordo perchè mentre il primo figlio era dedito alla caccia e un po' "selvaggio", il secondo era un po' più "raffinato" e si dedicava all'agricoltura. Isacco prediligeva Esaù in quanto primogenito, mentre Rebecca preferiva Giacobbe. Un giorno Isacco, ormai anziano e cieco, volle dare la propria benedizione al primogenito, così Rebecca, volendo che la benedizione la prendesse il secondo figlio, attuò un astuto piano: mentre Esaù era assente preparò un piatto di selvaggina e mise alle braccia di Giacobbe della pelliccia di capra, per far sembrare a Isacco che fosse il primogenito, che cacciava ed era molto peloso. Isacco così, ingannato, diede la benedizione a Giacobbe e la sua scelta fu definitiva. Tornato, Esaù scoprì quel che era accaduto e Giacobbe scappò perchè temeva il fratello. Giacobbe nella fuga, quando calò la notte, si addormentò su una pietra. Mentre dormiva, in sogno gli apparve una scala su cui tanti angeli del Paradiso salivano e scendevano, intanto il Signore gli parlò confermando il patto che aveva fatto con suo nonno Abramo, e lo assicurò che la terra dove si trovava sarebbe stata per lui e per la sua discendenza. Così quando Giacobbe si svegliò chiamò quel luogo Betel, che significa "Casa di Dio". Come vediamo Dio confermò la sua promessa, anche se la storia umana alcune volte prende delle strane strade: la benedizione tolta a Esaù insieme alla primogenitura. Dio sa sfruttare le nostre deviazioni umane per tracciare la strada, Lui sa bene dove vuole arrivare, infatti Gesù è nato anche grazie a questo errore umano.

Il bambino continuò a leggere fino ad arrivare alla storia di Giuseppe, un ragazzo che imparò a fare buon uso dei propri sogni. Giuseppe era figlio di Giacobbe e Rachele ed aveva dieci fratellastri. Lui era il figlio prediletto, infatti Giacobbe prendeva sempre le sue difese e gli faceva i doni più belli perchè era il primogenito della sposa più amata. Giuseppe era invidiato dai fratellastri perchè avevano capito che Giacobbe lo amava più di tutti loro.

Giuseppe mentre dormiva fece due sogni che poi narrò ai fratelli e al padre. Nel primo sogno Giuseppe con i suoi fratelli era andato a legare i covoni in campagna quando improvvisamente il suo covone si sollevò diritto, mentre quelli dei fratelli si disponevano intorno e si inchinavano davanti a questo. Nell'altro sogno il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a lui. Per questi sogni fu rimproverato sia dal padre che dai fratelli e questo suo modo di parlare lo rendeva insopportabile. Ai fratelli questi sogni non piacquero e lo odiarono ancora di più. Un giorno, mentre erano al pascolo, decisero di ucciderlo. Ruben, che non voleva invece la morte del fratellastro, fermò i fratelli dicendo di gettarlo in una cisterna vuota lì vicino. Dopo un po' Giuda vide una carovana di Ismaeliti e, per non far morire di sete il fratello e per cercare di guadagnare, suggerì di venderlo come schiavo a quella tribù nomade. Così fu fatto e Giuseppe fu venduto per venti sicli d'argento. Il ragazzo fu portato in Egitto e venduto ad un uomo importante, un ricco funzionario egiziano chiamato Potifar. Sembrava una persona rigorosa, ma anche gentile e Giuseppe si rese conto che questo padrone intendeva usarlo come domestico in casa, quindi non sarebbe finito nelle miniere di rame come tutti gli altri schiavi. Giuseppe ringraziò il Signore per questa benedizione. Così cominciò a lavorare per Potifar fedelmente, abilmente e onestamente, tanto che il suo padrone gli affidò la responsabilità di tutta la casa e divenne un maggiordomo. Da quel momento Giuseppe fu libero di girare per tutta la proprietà e con orgoglio si occupava di tutto, e pensava che questo fosse dovuto alla buona sorte, anzichè alla benedizione di Dio, ma ben presto le cose cambiarono. Un giorno mentre Potifar era fuori città, sua moglie propose a Giuseppe una disonestà che lui non accettò per non tradire la fiducia del padrone, così il ragazzo fuggì via. La moglie di Potifar, a quel punto, decise di vendicarsi, raccontando al marito una menzogna contro Giuseppe. Potifar così si irò e fece arrestare il ragazzo. Ora Giuseppe chiedeva aiuto al Signore e nel suo cuore riservava la fiducia che Egli in qualche modo lo avrebbe aiutato. Nell'oscurità della prigione Giuseppe abbandonò il suo orgoglio per ritornare nelle mani di Dio. Infatti cominciò a servire i prigionieri che erano con lui e tutti gli volevano bene. Presto il guardiano del carcere gli affidò la custodia del coppiere e del panettiere del faraone, che avevano offeso il loro padrone e quindi erano stati incarcerati. Una notte il coppiere e il panettiere fecero due sogni e il giorno dopo Giuseppe, che li accudiva, notò che questi avevano l'aria triste. Allora Giuseppe interrogò i due e si fece raccontare i loro sogni. Il coppiere disse che aveva sognato di essere davanti a una vite che aveva tre tralci, dalla quale spuntarono delle gemme che poi fiorirono e in seguito i suoi grappoli maturarono gli acini. Il coppiere nel sogno prese gli acini di quella vite e li spremette nella coppa del faraone, che poi diede in mano al re. Giuseppe diede l'interpretazione e disse al coppiere che fra tre giorni sarebbe uscito di prigione e reintegrato al servizio del faraone, poi il ragazzo chiese al coppiere di ricordarlo al faraone e di raccontare la sua storia, affinchè anche lui potesse essere libero. Poi il panettiere raccontò il suo sogno dicendo che aveva sognato tre canestri di pane ammucchiati sulla sua testa e nel canestro che stava in alto c'era ogni sorta di cibo per il faraone, ma sopraggiunsero degli uccelli che mangiarono in quel canestro. Giuseppe, con tristezza spiegò il sogno, cioè disse al panettiere che fra tre giorni il faraone lo avrebbe fatto impiccare e gli uccelli avrebbero mangiato la sua carne. Questo che aveva predetto Giuseppe si avverò: dopo tre giorni, il coppiere fu libero, mentre il panettiere fu impiccato.

Trascorsero due anni prima che il coppiere si ricordasse di Giuseppe. Una mattina il faraone era preoccupato per due sogni che aveva fatto durante la notte. Immediatamente il faraone convocò tutti gli indovini e i saggi dell'Egitto e raccontò loro i sogni. Nel primo si trovava sulla riva del Nilo e aveva visto salire dal fiume sette vacche grasse, che cominciarono a pascolare sulle rive. Poi sopraggiunsero dal fiume sette vacche magre, che divorarono le sette vacche grasse. Nel secondo sogno vide uno stelo di grano con sette belle spighe grosse. Poi spuntarono altre sette spighe, ma vuote e riarse. Le sette spighe vuote inghiottirono le sette spighe mature. I saggi non furono in grado di dare al faraone la risposta che si attendeva. Allora il coppiere si ricordò di Giuseppe e ne parlò al faraone, così Giuseppe fu portato davanti al faraone. Il faraone raccontò i suoi due sogni e Giuseppe spiegò che i due sogni significavano la stessa cosa, cioè che Dio voleva fargli sapere quanto stava per accadere. Le sette mucche grasse e le sette spighe grosse significavano sette anni con raccolti abbondanti. Le sette vacche magre e le sette spighe vuote significavano altri sette anni con raccolti scarsi e una pesante carestia in Egitto. Giuseppe suggerì al faraone di trovare un uomo saggio a cui affidare i depositi del regno, che avrebbe dovuto far immagazzinare cibo sufficiente per i sette anni di carestia. Il Faraone, soddisfatto di Giuseppe, lo nominò governatore, poichè disse che Dio gli stava accanto in modo speciale e che non c'era nessuno intelligente e saggio come lui. Giuseppe, dopo tutti gli anni trascorsi in prigione, improvvisamente era diventato il secondo uomo più importante d'Egitto.

Come vediamo, Dio prima di innalzare un uomo alle responsabilità e agli onori, non lo fa rapidamente, ma ci vogliono tempi lunghi, infatti per Giuseppe ci erano voluti molti anni: aveva dovuto prima imparare ad onorare sempre Dio per le sue benedizioni.

Poi il faraone diede in moglie Asenat a Giusepppe, da cui ebbe due figli, Manasse ed Efraim... e il bambino aggiunse altre tre caselle.

...Le cose in Egitto andarono proprio come previsto, prima arrivarono i sette anni di abbondanza, in cui si immagazzinarono le scorte per gli anni successivi, e poi arrivarono i sette anni di carestia, di cui però, grazie a Giuseppe, l'Egitto non soffrì, a differenza dei paesi circostanti. Anche nella terra di Canaan, dove era la famiglia di Giuseppe, ci fu la carestia e si iniziò a soffrire per la mancanza di grano. Giacobbe, per comprare il grano dall'Egitto, mandò in quella terra i suoi figli, tranne Beniamino, il suo prediletto perchè unico figlio di Rachele, dopo Giuseppe, che ancora Giacobbe credeva morto. Così i fratelli andarono dal governatore per acquistare il grano, ma essi non lo riconobbero. Giuseppe, invece, riconobbe i fratelli, mentre si inchinavano di fronte a lui, ma decise di non rivelare chi fosse e rimase come "nascosto" per sottoporli ad alcune prove. Poi diede loro il grano senza prendere soldi e li costrinse a portare da lui Beniamino. Quando glielo portarono Giuseppe si decise a farsi riconoscere dai fratelli, e dopo fece portare anche il padre Giacobbe, così la famiglia di Israele visse sempre in Egitto. In Egitto gli Ebrei crebbero e divennero un popolo numeroso, tutto questo per benedizione del Signore, che aveva scelto gli Ebrei fra tutti i popoli per farli diventare una grande nazione e per stabilire con loro la sua Alleanza. I sogni che Giuseppe aveva fatto durante l'infanzia erano divenuti realtà: era diventato un uomo potente, così importante che anche i fratelli si erano inchinati di fronte a lui. Non si erano avverati solo i sogni di Giuseppe, ma anche il progetto di Dio. Come vediamo, in questa storia, grazie alla fede nei tempi difficili e alla resistenza in prigione, Giuseppe aveva imparato a capire che le benedizioni venivano da Dio e non ad opera dell'uomo. Proprio in questo modo divenne un uomo in grado di fare buon uso dei suoi grandi sogni, un uomo compassionevole e umile, capace di dimenticare sé stesso e di fare del bene a quelli che gli stavano intorno. Questa non è solo la storia di Giuseppe, ma è anche la nostra storia. Quando le cose non vanno per il giusto verso dobbiamo aver pazienza e fede, poichè è il progetto di Dio che si sta attuando. Bisogna sempre far buon uso dei propri sogni, e quando le cose vanno bene è solo per benedizione del Signore.

Giacobbe in Egitto ebbe tanti nipoti e pronipoti, così il bambino dovette aggiungere alla genealogia tante caselle.

Poi il bambino, nei libri dell'Esodo, dei Numeri e del Deuteronomio, incontrò un uomo che fu la guida scelta da Dio: Mosè, un ebreo figlio di Amram e Iochebed, della tribù di Levi.

Intorno al 1300 a.C. il faraone Ramses II, vedendo la rapida crescita degli Ebrei in Egitto, decise di impiegarli come schiavi per la costruzione della sua città e ordinò nello stesso tempo l'uccisione di tutti i loro neonati maschi perchè si temeva che gli Ebrei, forti e numerosi, potessero ribellarsi e prendere il comando dell'Egitto. Avrebbero potuto vivere solo le bambine, ma a condizione che lavorassero come schiave. In questo periodo nacque Mosè, nella famiglia levita composta dai genitori, Amram e Iochebed, e i due fratelli, Aronne e Maria (che in alcune edizioni della Bibbia viene chiamata Miriam). La madre di Mosè volle salvarlo dalla morte, lo nascose in una cesta e lo mise nel Nilo. Il cesto riuscì a galleggiare, mentre la sorella lo guardava da lontano. Il bimbo venne trovato dalla figlia del faraone, che con le sue ancelle si stava lavando nel Nilo. La figlia del faraone lo chiamò Mosè, che in ebraico significa "tratto da" e in egiziano "figlio". La sorella del bambino, vedendo cosa era successo, propose alla figlia del faraone di farle cercare una nutrice, così la figlia del faraone la mandò in cerca di un' ebrea che avesse allattato il bambino. Maria ritornò con la madre, e la principessa gli disse che le avrebbe dato un salario, a patto che lei avesse allevato e allattato il bambino fino allo svezzamento. La madre così potè tenere il suo figlio ancora per un po' fino a quando non lo svezzò, poi Mosè andò a vivere nella reggia del faraone, come "figlio adottivo" della principessa egizia. Crescendo Mosè incominciò a notare le ingiustizie contro gli Ebrei che venivano compiute. Un giorno vide un egiziano che colpiva un ebreo, e Mosè, accecato dalla rabbia, lo uccise. Rendendosi conto di ciò che aveva fatto fu costretto a fuggire, per paura di essere giustiziato.

Mosè divenne un pastore. Un giorno, mentre era vicino a un pozzo, vide sette ragazze che stavano prendendo l'acqua per il bestiame, che però venivano scacciate da alcuni pastori. Mosè allora si alzò e difese le ragazze, lasciando che prendessero l'acqua per gli animali. Reuel, sacerdote madianita, padre delle ragazze, fu riconoscente per questo suo gesto e così lo accolse nella propria tenda, dandogli in moglie la propria figlia Sipporà, dalla quale ebbe un figlio, Ghersom. Un giorno Mosè, mentre era al pascolo, la sua attenzione fu attirata da un roveto infuocato che non si consumava: lì udì la voce di Dio che lo incaricava di liberare Israele dalla schiavitù dell'Egitto. Mosè chiese aiuto a suo fratello Aronne, e grazie all'assistenza di Dio, dopo non poca fatica, riuscì a far uscire il popolo di Dio dall'Egitto e a farlo liberare dalla schiavitù, iniziando un lungo viaggio nel deserto che durò quaranta anni. In questi quaranta anni nel deserto Dio non li abbandonò mai: quando ebbero fame Dio diede loro la manna dal cielo e le quaglie, quando ebbero sete fece scaturire dalla roccia una sorgente d'acqua. Nonostante questi segni chiari che facevano capire che Dio li stava accompagnando nel cammino verso la libertà, non fu facile per Mosè tenere questo popolo unito e compatto, poichè ci voleva qualcosa che avesse regolato la loro vita. Allora sul monte Sinai, Dio fece a Mosè un dono speciale: due tavole di pietra, sulle quali Egli stesso aveva scritto le regole che avrebbero aiutato il suo popolo a riconoscere la differenza fra il bene e il male. Erano i Dieci Comandamenti. Queste tavole furono una vera e propria alleanza fra il Signore e Israele. Questi Dieci Comandamenti non furono solo per il popolo d'Israele, ma anche per noi oggi e per quelli che verranno. Fu proprio Gesù a chiarire il vero significato di queste leggi, quando disse che il più importante dei Comandamenti è amare Dio con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza, e il prossimo come sè stessi. Infatti i primi tre Comandamenti riguardano la fedeltà a Dio e gli altri sette regolano i rapporti con il prossimo: il valore dei genitori, la dignità negli affetti ed esserne sempre onesti, non rubare o rovinare quello che appartiene agli altri, per essere sempre sinceri con coloro che ci sono accanto. Questo è quello che significa: "amerai il tuo prossimo come te stesso". Una buona legge serve a mantenersi liberi nel rispetto e nell'amore reciproco ed è per questo che i Comandamenti lasciati da Dio a Mosè sono utili anche per noi, ci aiutano nel cammino della vita.

Per quaranta anni, Mosè guidò il popolo verso la terra promessa e in tutto questo tempo, non ci fu giorno in cui Mosè non cercasse di essere la miglior guida possibile, senza essere prepotente, si prendeva cura del popolo come un pastore delle sue pecore, ma ciononostante si trovò di fronte a un popolo che commetteva sempre gli stessi errori e che non si fidava di Dio. Per questo Mosè si sentiva a volte impotente, ma gli bastava la forza di Dio che gli stava accanto per non arrendersi e continuare. Un po' alla volta tutti coloro di quella generazione che aveva attraversato il deserto e che non si erano fidati di Dio, morirono. I loro figli crebbero credendo in Dio e così guardarono avanti verso la Terra Promessa. Della generazione che attraversò il deserto ne rimasero solo due: Giosuè, figlio di Nun, che dopo Mosè continuò a condurre il popolo fino a raggiungere la Terra Promessa, e Caleb, un forte condottiero ebreo che contribuì a sconfiggere i popoli palestinesi e a far stabilire Israele nella Terra Promessa. Le gesta di questi due uomini sono scritte nel libro dopo quello del Deuteronomio: il libro di Giosuè.

Per Mosè giunse poi il tempo di lasciare la terra e riunirsi ai suoi antenati, così salì sul monte Nebo e da lì potè vedere tutta la Terra Promessa. Aveva guidato il popolo per tanti anni e quella lunga strada stava giungendo al termine. Come infatti Dio gli aveva detto tempo prima, avrebbe potuto vedere la Terra Promessa, ma non ci sarebbe mai entrato di persona, perchè anche lui non si era sempre fidato del Signore. Mosè accolse senza discutere quanto il Signore gli aveva annunciato, perchè si sentiva amato da Dio e ciò rendeva tutto accettabile. Andò nel territorio di Moab, salì sul monte Nebo, e dopo aver benedetto Israele con un cantico, morì all'età di centoventi anni. Il popolo di Israele fece lutto per la sua morte per trenta giorni. Mosè è uno dei pochi di cui la Bibbia ci narra tutta la vita. Fu colui che aveva vissuto quaranta anni da principe, quaranta da pastore e altri quaranta da guida del popolo eletto da Dio. Mosè inizialmente fu un uomo molto insicuro, ma in ogni occasione Dio gli aveva mostrato cosa fare e lo aveva guidato in modo che ogni cosa andasse bene. Nel libro del Deuteronomio, negli ultimi tre versetti, Mosè viene elogiato così: "Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè, che il Signore conosceva faccia a faccia, per tutti i segni e prodigi che il Signore lo aveva mandato a compiere nella terra d'Egitto, contro il faraone, contro i suoi ministri e contro tutta la sua terra, e per la mano potente e il terrore grande con cui Mosè aveva operato davanti agli occhi di tutto Israele". Come si può notare, mentre si legge la sua storia, Mosè non si attribuì mai i meriti, ma tutto lo aveva sempre attribuito a Dio. Bisogna sempre fidarci del Signore, anche quando le cose sembrano impossibili, per Lui nulla è impossibile.

Il bambino non mise alla casella di Mosè la cornice gialla, perchè essendo levita, non era della genealogia diretta di Gesù, ma fu comunque una grande guida per il popolo d'Israele con cui Dio ha fatto arrivare anche a noi la legge dell'amore, quindi mise in risalto rispetto agli altri le lettere del suo nome.

Poi il bambino andò a leggere un piccolo libro, ovvero il libro di Rut, ambientato all'epoca del libro dei Giudici. Questo libro narra la storia di una giovane moabita di nome Rut, il quale aveva sposato Maclon, un ebreo fratello di Chilion, entrambi figli di una vedova israelita, Noemi, che con il marito, Elimelec, si era spostata a causa della carestia in Israele nei territori di Moab. I loro due figli si sposarono, Maclon con Rut, e invece Chilion con Orpa. Il marito di Noemi morì, e più tardi morirono anche i suoi due figli. Rimasta vedova, Noemi, avendo sentito dire che in Israele la carestia era finita, decise di tornare nella terra nativa, cioè Betlemme di Giuda, portando con sè le sue due nuore, anche loro vedove. Noemi poi disse alle due nuore di ritornare alla loro casa. Le due donne però non vollero e rifiutarono. Noemi continuò a persuaderle, fino a che riuscì a convincere Orpa, che ritornò a casa sua, ma non riuscì a convincere Rut, che invece la volle seguire dovunque ella fosse andata, rimanendo sempre fedele alla famiglia che il Signore le aveva donato. In questa terra Rut iniziò a lavorare nei campi spigolando le spighe di cereali sfuggite ai mietitori. Un giorno, mentre lavorava nei campi, Rut destò involontariamente l'attenzione di Booz, un ricco proprietario terriero e parente della famiglia del marito di Noemi. Con la complicità della suocera, Rut riuscì a farsi sposare dall'uomo, assicurando per sè e per Noemi un avvenire più tranquillo. Questa storia di Rut, apparentemente sembra priva di importanza e di significato, ma con semplicità Rut riesce a farci capire quanto lei sia fedele e devota, anche nelle sofferenze. Rut però non avrebbe mai immaginato di diventare un giorno la bisnonna di un potente re di Israele, il re Davide.

Allora il bambino mise a Rut la cornice gialla e così anche al marito Booz, al figlio Obed e al nipote Iesse. 

Il bambino, prima di leggere la storia del re Davide dal primo libro di Samuele al primo libro dei Re, volle leggere il libro dei Giudici. In questo libro dei Giudici si racconta un periodo di confusione in Israele. Gli Ebrei avevano tradito il Signore, che mandò così un angelo a dire agli Israeliti che per castigo vari popoli li avrebbero conquistati, ma il Signore, per compassione di loro avrebbe mandato un giudice liberatore a salvare e ricondurre a Dio il popolo. I giudici di cui si narra in questo libro sono tredici: Otniel, Eud, Samgar, Debora, che fu l'unico giudice donna, Barak, Gedeone, Tola, Iair, Iefte, Ibsan, Elon, Abdon e Sansone. Il bambino rimase colpito dal coraggio e dalla caparbietà di Debora, che insegnò al suo popolo che la presenza di Dio è la miglior forza contro qualsiasi nemico e fu un esempio per tutti gli uomini e le donne del suo paese e del suo tempo, in quanto ricondusse a Dio un'intera nazione. Fu colpito anche dall'umiltà e dal coraggio di Gedeone che liberò Israele dai Madianiti e dalla forza del nazireo Sansone, che salvò Israele dai Filistei.

Anche questo libro dei Giudici ci fa capire che la forza più grande, più vera e più utile proviene da Dio e non dall'uomo stesso, e la forza dell'uomo senza Dio può fare solo male contro i propri fratelli.

Poi il bambino incontrò la storia di un giudice e profeta, ovvero di Samuele, al quale diede la sua casella. Samuele fu un personaggio importante, anche se non era della genealogia diretta di Gesù, perchè fu un giudice e un profeta scelto da Dio. La sua storia è nel primo e nel secondo libro di Samuele, e mentre si leggono questi suoi libri, appare nitido e chiaro il progetto di Dio. Samuele fu figlio di Elkanà e di Anna. All'inizio, dopo sposati e per molti anni Anna fu sterile ed Elkanà così per avere figli sposò un'altra donna, di nome Peninnà, che gli diede molti figli. Peninnà spesso umiliava e mortificava Anna per la sua sterilità, soprattutto quando, una volta all'anno, si recavano al tempio di Silo. Un giorno Anna, proprio mentre erano al tempio, non sopportò più questa sua umiliazione e piangendo pregò il Signore di concedergli un figlio maschio e se ciò sarebbe accaduto promise a Dio che questo suo figlio sarebbe stato suo, per tutti i giorni della sua vita. In questo tempio incontrò il sacerdote Eli, e anche lui pregò il Signore affinchè esaudisse la preghiera di Anna. Dio accolse la preghiera di Anna che così ebbe un figlio che fu chiamato Samuele. Rispettando la promessa, Anna, dopo lo svezzamento, lasciò Samuele al tempio alle cure del sacerdote Eli. Nel primo libro di Samuele, a questo punto, c'è un bellissimo cantico, il cantico di Anna, che è stato soprannominato "il prototipo del Magnificat" per la sua somiglianza con le parole dette dalla Madonna per glorificare Dio nella casa di Elisabetta.  Quando Anna aveva parlato nell'ultima parte del cantico del "consacrato, un grande Re", non poteva sapere che un giorno in Israele a governare ci sarebbero stati dei Re. Inoltre Dio aveva scelto il canto di Anna per promettere al mondo un tempo futuro in cui suo Figlio avrebbe regnato su tutto l'universo e avrebbe salvato tutti gli uomini. Il suo cantico perciò era una profezia su Gesù Cristo. Anna fu fedele al Signore, che la riempì del suo Spirito, e lei mantenne la promessa fatta a Dio, e, come risultato, l'intera nazione d'Israele fu benedetta dal Signore. Il popolo d'Israele si era allontanato da Dio perchè non aveva una guida fedele al Signore. Ma Samuele crescendo divenne uno dei capi più grandi di tutti i tempi. Fu un profeta a cui Dio parlava per comunicare al popolo la sua volontà. Fu un sacerdote che si prese cura anche dello spirito. Gli Ebrei , grazie a lui, cominciarono nuovamente ad adorare l'unico vero Dio. Samuele molti anni dopo unse i primi due re d'Israele, prima Saul e poi Davide. Oltre alla grande gioia che diede alla mamma, questo grande giudice e profeta fu la salvezza per tutto il popolo di Dio.

Il bambino continuò a leggere il primo libro di Samuele fino al primo libro dei Re, dove è contenuta la storia di questi due re, e mentre cercava discendenti si imbatteva in vicende interessanti.

Samuele, ormai anziano, aveva messo come giudici i suoi due figli, Gioele e Abia, che però erano ingiusti ed egoisti. Così il popolo reclamò a Samuele di incoronare un re che avrebbe governato su Israele, come tutti gli altri popoli. Samuele, secondo la parola di Dio, mise in guardia il popolo dicendo loro cosa gli sarebbe successo: il re li avrebbe sfruttati, avrebbe preso i loro figli e le cose più belle che avevano, ma loro insistettero che volevano un re, così il Signore disse a Samuele, che era rattristito, di accontentarli, perchè il popolo ormai lo rifiutava e non volevano più che fosse stato Egli il loro re, così invitò Samuele a trovare un re per Israele. Un dì, Dio avvertì Samuele che il giorno dopo avrebbe incontrato un beniaminita, e questo sarebbe stato il re d'Israele. Il giorno dopo incontrò un giovane bello, alto e forte, che si chiamava Saul, figlio di Kis, un beniaminita, che era in cerca di lui per chiedere informazioni sulle asine del padre, che si erano smarrite. Il Signore gli segnalò che era lui quello da ungere, così Samuele non perse tempo e il mattino dopo unse Saul come re di Israele. Dopo di che Samuele convocò tutto il popolo a Mispa e mostrò al popolo Saul come re di Israele, dimostrando anche che era stato scelto da Dio. Ben presto, dopo la vittoria sugli Ammoniti, Saul conquistò per sè la stima degli Ebrei, così a Galgala fu proclamato ufficialmente re con l'approvazione del Signore. Saul sembrava un uomo forte e giusto, ma dopo qualche successo contro i Filistei, la situazione peggiorò. Saul, per propiziarsi l'aiuto divino, non volendo aspettare che fosse arrivato Samuele, compì un sacrificio senza il profeta, così perse l'aiuto sia di Samuele che del Signore. Come se non bastasse, non ascoltò neanche la parola del Signore e fece di testa sua. Così Samuele comunicò a Saul il verdetto di Dio: come lui aveva respinto la sua parola, anche il Signore lo respingeva come re.

Dio ordinò a Samuele di andare a Betlemme, nella casa di Iesse, figlio di Obed, che era figlio di Booz e della moabita Rut. Lì avrebbe unto uno dei figli di Iesse perchè diventasse re al posto di Saul. Samuele andò da Iesse, che, dopo un sacrificio al Signore, gli mostrò i suoi figli, a cominciare dai più grandi. Samuele fu attirato dalla forza del primogenito e dai tanti pregi che avevano anche gli altri, ma il Signore gli disse che non era nessuno di quelli. Samuele allora chiese a Iesse se lì ci fossero tutti i figli. Iesse gli rispose che ne mancava uno, l'ultimo, che era a pascolare il gregge. Samuele lo fece chiamare, e, secondo il comando di Dio, unse proprio Davide, il più piccolo, talmente non considerato da non essere stato chiamato dai fratelli alla venuta di Samuele.

Intanto Saul, ogni giorno, diventava sempre più triste e preoccupato, perchè lo spirito di Dio era andato via da lui. Quelli che erano alla sua corte, vedendolo così, gli consigliarono di portare a corte un arpista, che avrebbe suonato quando lui si fosse rattristito. Al re piacque l'idea, e ordinò di cercare qualcuno in Israele bravo a suonare l'arpa. Un domestico suggerì di prendere Davide, figlio di Iesse, di Betlemme di Giuda, che lui conosceva e sapeva che era bravo a suonare l'arpa. Fu preso proprio Davide, e a Saul piacque molto quel ragazzino. Successivamente, i tre figli più grandi di Iesse, Eliab, Abinadab e Sammà, andarono con l'esercito in guerra contro i Filistei. Iesse, un giorno, mandò Davide alla valle del Terebinto, dall'esercito d'Israele, per portare cibo ai suoi fratelli e per informarsi sulla loro salute. Davide, arrivato all'esercito, fece quello che il padre aveva chiesto. Mentre l'esercito era schierato, andò davanti all'esercito ebreo un uomo grande e grosso, fortissimo e temibile soldato. Venne a sapere che quel gigante si chiamava Golia di Gat, che da quaranta giorni proponeva questa sfida agli Ebrei: un Israelita avrebbe combattutto con lui. Se avesse vinto il filisteo, gli Ebrei si sarebbero sottomessi ai Filistei, e viceversa. Tutti nel campo ebreo avevano paura di quel gigante e nessuno osava sfidarlo. Davide era inquietato contro di lui, essendo incredulo sul fatto che sfidasse il popolo scelto da Dio. Così andò da Saul e gli chiese se potesse combattere contro Golia. Saul cercò di persuaderlo a non andare, perchè, vedendo la sua corporatura e statura di ragazzino e il fatto che non era esperto di armi, pensava che non sarebbe mai riuscito a sconfiggere il filisteo. Ma Davide non volle sentir ragioni, e per convincerlo gli disse anche che per difendere il suo gregge aveva ucciso orsi e leoni. Saul cedette e gli fece indossare la sua armatura, un elmo di bronzo e una corazza. Davide tentò di camminare in quel modo, ma non essendo abituato, era molto impacciato, così si tolse di dosso l'armatura, prese il suo bastone da pastore, raccolse cinque ciottoli e si avviò contro Golia. Golia, vedendolo, lo prese in giro, pensando che avrebbe di certo ucciso un ragazzino come lui. Ma appena si mosse contro di lui, Davide prese un ciottolo e con una fionda lo scagliò contro il gigante. La pietra si infilò nella fronte, e il gigante cadde a terra. Davide prese la sua spada, lo uccise. I Filistei, vedendo che il loro campione era morto, fuggirono, ma gli Israeliti li inseguirono arrivando a Gat e ad Ekron, dove li sconfissero. Davide, al ritorno in patria dall'uccisione del gigante filisteo, diventò l'eroe del popolo ebraico. La fama del giovane vincitore si diffuse rapidamente e le donne celebrarono l'impresa del giovane pastore con danze e cori, dicendo: "Ha ucciso Saul i suoi mille e Davide i suoi diecimila". Per questo il re Saul divenne geloso e furioso ed era terrorizzato dall'idea che Davide potesse prendergli il regno. Per Saul, Davide non appariva più come il fedele servitore, ma come un pericoloso rivale da eliminare. L'indomani dell'impresa, Saul, preso da una forte invidia incontrollabile, tentò per due volte di uccidere con la sua lancia Davide, che come sempre stava suonando la cetra. Ma Davide, con la protezione di Dio, schivò la lama per tutte e due le volte. Così Saul, intento totalmente a voler eliminare Davide, decise di farlo partire per la guerra contro i Filistei, che secondo lui lo avrebbero certamente ucciso. Invece Davide, con l'aiuto di Dio, ebbe una grande vittoria sui Filistei. Quando ritornò in patria, Saul, dalla rabbia, gli scagliò di nuovo addosso la sua lancia, ma Davide la schivò un'altra volta e dopo fu costretto a fuggire. Saul lo seguì, tentando in tutti i modi di ucciderlo. Dopo un lungo inseguimento, in cui Davide si rifugiò persino tra i Flistei, Saul, insieme ai suoi figli, fu ucciso in una battaglia. Davide, nel suo nascondiglio, ebbe la notizia che Saul, con i suoi tre figli, tra cui Gionata, era morto.

Ma Davide fu contento nell'apprendere questa notizia? Noi potremmo rispondere di sì con un sospiro di sollievo, come se fossimo lì con lui in questo momento. Invece la storia non fu così.

... Davide ne fu molto amareggiato non solo perchè era morto Saul, ma anche perchè era morto anche il suo grande amico Gionata, figlio di Saul. Li pianse per molti giorni e si strappò le vesti dalla tristezza.

E' molto bello, anche se triste, leggere questo momento della vita di Davide: fa capire che si devono amare anche coloro che ci fanno del male, e ci dimostra una grande forza del cuore.

... Il Signore poi disse a Davide di andare a Ebron. A Ebron Davide abbandonò la vita errante che aveva fatto per lunghi anni e una parte degli Ebrei lo nominò suo re, ma il regno si frantumò, perchè l'altra parte degli Ebrei rimase leale all'unico figlio superstite di Saul. Davide impiegò tanto tempo, prima di diventare il re di tutto Israele. Quando Davide diventò re, capì l'importanza di ciò che il vecchio profeta aveva fatto molti anni prima, quando a Betlemme aveva versato l'olio sul suo capo. L'unzione fu la promessa che un giorno Dio avrebbe costituito Davide re d'Israele, e questo è quanto avvenne. Davide, dopo averla conquistata, istituì capitale del suo regno Gerusalemme e vi costruì una magnifica reggia. Sconfisse tutti i nemici d'Israele, conquistò molte terre e riprese l'Arca dell'Alleanza, riportandola in patria dalla terra dei Filistei, che l'avevano sottratta agli Ebrei durante una battaglia molto tempo prima, o meglio, fu per opera di Dio che i Filistei stessi riportarono agli Ebrei l'Arca.

Che cos'è l'Arca dell'Alleanza? E' forse l'arca con cui Noè ha salvato la sua famiglia e gli animali dal diluvio?

No, avevano lo stesso nome, ma si tratta di due cose molto diverse, e comunque importanti. Quella di Noè era come una grande barca coperta in cui quell'uomo fedele a Dio ha potuto, per incarico del Signore, salvare la creazione dalle acque del diluvio. Ben diversa era l'Arca dell'Alleanza! L'Arca dell'Alleanza era una cassa di legno di acacia di due cubiti e mezzo, per uno e mezzo, per uno e mezzo, che equivalgono a 122 cm, per 76 cm, per 76 cm, ricoperta di oro con due anelli su ogni lato che servivano ad inserire le stanghe per trasportare l'Arca, e sulla parte superiore c'erano due cherubini. Nell'Arca dell'Alleanza erano contenute le tavole dei Dieci Comandamenti, consegnate da Dio a Mosè. Inoltre conteneva la brocca con la manna che Dio aveva fatto scendere dal cielo per nutrire gli Ebrei nel deserto, e il bastone di Aronne, fratello di Mosè e capostipite della discendenza dei sacerdoti di Israele. Era importante che l'Arca dell'Alleanza fosse nella capitale di Israele, perchè rappresentava il legame con le grandi opere compiute da Dio per fondare la sua Alleanza con un popolo di schiavi, e divenuto poi un vero popolo, con un re e una capitale.

...Davide volle che tutto Israele adorasse solo l'unico e vero Dio, quindi pensò di far costruire una costruzione che fosse stata degna di ospitare il Signore, un tempio, dopo tanto tempo tempo in cui l'Arca era stata conservata nella Tenda del Convegno, che accompagnava il popolo in cammino verso la libertà e verso Dio. Così Davide parlò di questa idea con Natan, il profeta, che sembrò appoggiarlo. Natan, allora, chiese il parere del Signore, e Dio attraverso di lui comunicò a Davide che non sarebbe stato lui a costruirgli una degna dimora, ma uno dei suoi figli, e che lui avrebbe regnato per anni facendogli poi la promessa che il suo regno sarebbe durato per sempre.

Ma come poteva essere? Che significava? Circa mille anni dopo la morte di Davide, a Betlemme, sua città natale, nacque Gesù, il Salvatore del mondo, discendente diretto del re Davide. Gesù infatti è venuto a stabilire un regno di pace che non avrà fine. Quel regno dura ancora oggi, nei cuori di coloro che credono in Lui, ed era questo il progetto di Dio che a quel tempo non era ancora comprensibile, e nemmeno Davide lo capì.

...Il re Davide però non fu un uomo sempre bravo e onesto, anche lui cadde negli errori umani, trasgredì infatti il quinto e il sesto comandamento, ma Dio continuò ugualmente il suo progetto, anche attraverso gli errori umani. Infatti, con la trasgressione di Davide di questi due comandamenti, ebbe in moglie Betsabea, la moglie di Uria, che lui aveva fatto eliminare proprio per sposarla. Da questa unione Dio continuò la sua opera d'amore donando loro un figlio che dava seguito alla discendenza diretta fino a Gesù, ovvero Salomone. 

Il bambino, leggendo, arrivò a Davide che con Betsabea ebbe cinque figli, ma la genealogia di Gesù continuava con Salomone e Natan. C' era però un problema: l'Antico Testamento e il Vangelo di Matteo riportavano che la genealogia continuava con Salomone, mentre il Vangelo di Luca scriveva che continuava con Natan, suo fratello. A questo punto il bambino mise sul grafico entrambe le genealogie, evidenziandole così: la genealogia secondo Luca con una fascia sfumata color rosso-giallo; quella secondo l'Antico Testamento e Matteo con una fascia sfumata verde. Comunque tutte e due portavano a Gesù. A Salomone e a Natan mise la cornice gialla perchè erano della genealogia diretta. 

Nel primo e secondo libro dei Re e nel libro della Sapienza, il bambino lesse la storia del re Salomone.

Dio affidò a Salomone la costruzione del tempio perchè Davide aveva combattuto troppe guerre e non aveva camminato sulla retta via, serviva così un uomo giusto e saggio. Il cammino fisico del popolo ebreo era ormai giunto alla fine e su questa terra promessa Dio stabilì finalmente la sua casa stabile.

Dopo la morte del padre Davide, Salomone divenne re d'Israele. Un giorno, Salomone si recò a Gabaon, dove c'era un luogo di preghiera. In questo posto, il Signore gli apparve di notte in sogno e Salomone gli chiese di donargli la saggezza, la capacità di distinguere il bene dal male per governare con giustizia il popolo. Dio gradì questa sua richiesta e gli concesse, oltre a quello che aveva chiesto: ricchezza, gloria e longevità. Dio donò a Salomone la saggezza e fu apprezzato dal suo popolo, infatti questo lo dimostra anche un episodio in cui due donne si presentarono davanti a lui, pretendendo di essere entrambe mamme dello stesso bambino. Nessuno riusciva a capire quale delle due dicesse la verità e lui, saggiamente, riuscì a risolvere il caso: chiese di portare una spada con cui dividere il bambino in due parti per darne un pezzo a ciascuna, ma una delle due donne lo supplicò di non ucciderlo. Il re allora capì che quella era la sua vera madre, perchè amava profondamente il bambino e non voleva che fosse stato ucciso. Così Salomone diede il bambino a quella donna.

Salomone in seguito decise di costruire il tempio per il Signore, che fu edificato in sette anni, dal secondo mese del quarto anno di regno di Salomone, all'ottavo mese dell'undicesimo anno di regno sempre di Salomone. Nel sesto capitolo del primo libro dei Re c'è una magnifica descrizione di questo tempio. Fu costruito con blocchi di pietra squadrati e presentava l'atrio, o portico, la grande sala, detta anche Santo, che era il luogo dove si compiva la maggior parte dei riti, e un'altra sala più piccola, chiamata anche Santo dei Santi o Santissimo, dove poi venne collocata l'Arca dell'Alleanza. L'interno della sala principale e altre stanze erano interamente rivestite di legno di cedro del Libano tagliate e importate direttamente dalla Fenicia. Salomone inoltre usò il bronzo fuso per le colonne, i capitelli e grandi bacini di bronzo che contenevano acqua lustrale. Le pareti e il pavimento delle stanze del Santo e del Santo dei Santi, ovvero il tempio vero e proprio, erano ricoperti d'oro. Il tempio fu terminato, era grande e di forma rettangolare. Così Salomone, nel settimo mese dell'anno, convocò tutto il popolo d'Israele per celebrare una grande festa e consacrare il tempio. I sacerdoti posero l'Arca nel Santo dei Santi. Subito dopo una nube, come avveniva nella Tenda del Convegno, scese sul tempio: Dio vi prese dimora. Per questa nube, tutti uscirono, anche i sacerdoti che dovevano compiere il servizio. Salomone fece una bella preghiera ad alta voce davanti al popolo, in cui benedisse e accolse il Signore, che finalmente, dopo tanto cammino, li aveva condotti nella sua casa. Salomone conosceva la grandezza e la potenza del Signore, poichè nella sua preghiera c'è un passo veramente bello in cui disse che nessun luogo può essere tanto grande da contenere la presenza e l'amore del Signore, nemmeno il cielo e tantomeno la casa che aveva costruito per Lui.

E' proprio come dice Salomone, nessuna costruzione, nè il cielo e la terra, e neanche la nostra immaginazione, possono contenere l'infinito e immenso amore che Dio ha per tutti i suoi figli.

...Salomone era ben apprezzato dal suo popolo, e non solo! La fama della sua sapienza era tanto grande che persino la regina di Saba, proveniente da un Paese molto lontano da Israele, venne a visitarlo, per conoscere la sua saggezza. Questa regina portò con sè quantità enormi di aromi, pietre preziose e oro. Lei mise alla prova Salomone, e il re seppe rispondere sapientemente a tutte le sue domande. La regina fu molto stupita della saggezza di Salomone e, soddisfatta per come l'aveva ricevuta, riconobbe questo evento come un dono di Dio; per questo, prima di ripartire per il suo paese, lasciò a Salomone tutti i suoi ricchi doni che aveva portato con sè.

Un uomo davvero grande, ma non sempre camminò sulla retta via e non fu privo di debolezze, infatti, diventando vecchio, non si mantenne in tutto fedele al Signore: sposò donne straniere che introdussero culti alle loro divinità, dimenticando la fedeltà a Dio e trasgredì quindi il primo comandamento, e, anche se prima di avere la saggezza, lui disobbedì anche al quinto comandamento.

Siccome Salomone si era allontanato da Dio, il Signore decise di punirlo facendo sì che alla sua morte suo figlio erede al trono non governasse tutto il regno, ma avrebbe dato il dominio su dieci tribù d'Israele a un altro uomo, cioè Geroboamo, così il Signore mandò il profeta Achia da quest'uomo per riferirgli la sua decisione, ed in cambio costui avrebbe dovuto obbedire fedelmente a Dio per tutta la vita. Salomone morì dopo quarant'anni di governo su Israele, e a lui succedette suo figlio Roboamo. Gli Israeliti chiesero a Roboamo di diminuire il valore delle tasse, ma Roboamo non ne volle sapere, creando il malcontento, così dieci tribù d'Israele si schierarono con Geroboamo per ribellarsi al re, e a Roboamo rimasero fedeli soltanto le tribù di Giuda e di Beniamino. Tutto come Dio aveva detto ad Achia. Fu la fine del regno d'Israele, che si divise in due regni: Giuda e Israele.

Sul regno di Israele, chiamato anche regno del Nord, governarono re che non furono fedeli al Signore e non obbedirono ai suoi comandamenti. Inoltre, a governare per tutto il periodo del regno del Nord, non fu una sola discendenza di re, ma furono varie discendenze, tanto che per la loro cattiveria e sete di potere, alcuni sterminarono intere famiglie per diventare re e avere una discendenza regale. Arrivarono persino a far governare un re solo pochi mesi, dopo di cui fu ucciso! Allora il Signore inviava i profeti per sgridarli e per invitarli a convertirsi.

Un esempio di questi cattivi governanti idolatri che non regnavano secondo la volontà di Dio fu Acab, che ebbe in moglie Gezabele, anche lei una delle più malvagie regine. Acab, dopo aver sposato Gezabele, cominciò ad adorare i falsi dèi della moglie, tra cui Baal e Asera, e fece in modo che il popolo smettesse di pregare Dio per adorare i suoi dèi. Acab fece tutto ciò che Gezabele voleva. Questa crudele regina fece costruire dei santuari per il dio Baal e la dea Asera, costituendo anche sacerdoti e profeti di questi dei. Tutti erano terrorizzati dalla regina; tutti, eccetto uno: Elia. Dio fu molto amareggiato e mandò così questo profeta per richiamare il popolo alla fedeltà. Gezabele cercò in ogni modo di uccidere tutti i profeti del Signore, che considerava suoi nemici, ma un profeta riuscì a salvarsi, e fu proprio questo Elia, proveniente da Tisbe di Galaad. Elia svolse il suo servizio tra i re Acab di Israele e Acazia di Giuda, fino all'ascesa al trono di Ioram di Israele. Il profeta Elia andò quindi al palazzo reale per avvisare Acab che il Signore per castigo non avrebbe mandato più la pioggia, portando siccità e carestia, e non avrebbe parlato più direttamente al popolo. Così avvenne: per tre anni non cadde più la pioggia in Israele e il popolo non sentì più direttamente la Parola del Signore.

La punizione è una forma di affetto anche se difficile da capire, ma è molto semplice: noi figli del Padre alcune volte abbiamo bisogno di essere in difficoltà per sentire la Sua presenza e il Suo aiuto, altrimenti il Suo amore ci diventerebbe scontato e per alcuni sarebbe anche dimenticato, come accade per un figlio con il proprio genitore.

...Dio suggerì a Elia dove rifugiarsi per non subire le conseguenze della siccità e della carestia, e quindi andò a stabilirsi vicino al torrente Cherit. Qui Elia si trovò solo, ma Dio si prese cura di lui, inviandogli alcuni corvi che gli portavano da mangiare, e facendogli bere l'acqua del torrente. Dopo alcuni giorni però il torrente si seccò e il Signore lo mandò da una vedova a Sarepta di Sidone, ed Elia, fidandosi ciecamente di Dio e della sua bontà, seguì la Parola del Signore. Alle porte della città incontrò una vedova, mentre raccoglieva la legna per preparare l'ultimo pane che lei e suo figlio avrebbero mangiato, essendo rimasto loro soltanto un pugno di farina e un po' di olio. La donna, se avesse sfamato Elia con il pane che aveva preparato, lei e suo figlio quel giorno sarebbero morti di fame.

Com'è imprevedibile il Signore! Dice a Elia di andare da questa donna per sfamarsi, ma lei possedeva soltanto quelle cose che poi sarebbero state usate per fare una sola pagnotta...Dio è fedele e non dimentica coloro che lo ascoltano e credono in lui.

...La donna, alla richiesta di Elia, disse che non aveva cibo da dargli, perchè disse che aveva soltanto un po' di farina e di olio che avrebbe usato per lei e per suo figlio, ma Elia rassicurò quella donna e le ordinò di prepararle una piccola focaccia per lui, oltre che preparare il cibo per loro due. La donna eseguì quanto detto da Elia e dopo aver consumato tutta la farina e l'olio, i contenitori per miracolo si riempirono di nuovo e continuarono ad essere disponibili per fare il pane ogni giorno, fino alla fine del periodo di carestia in Israele. Inoltre Elia, invocando e pregando Dio, riuscì a ridare vita al figlio della vedova, che era morto a causa di una grave malattia. Anche questa donna credette in Dio.

Il profeta ascolta il Signore, ma anche Dio è attento all'invocazione del profeta!

...Dopo tre anni dall'inizio della carestia nel regno, il Signore ordinò a Elia di andare a Samaria, la capitale del regno di Israele, per incontrare Acab. Elia incontrò Acab e questo lo accusò di aver provocato la carestia in Israele, ma Elia a nome del Signore lo rimproverò dicendogli di essere stato lui ad aver voluto la rovina di Israele per aver abbandonato i sentieri del Signore e aver adorato le altre divinità vuote e mute degli altri popoli. Elia così propose una sfida al re: sul monte Carmelo si avrebbe dovuto verificare chi fosse il vero Dio, tra Baal e il Signore. Acab accettò la sfida di Elia e si presentò sul Carmelo con quattrocentocinquanta profeti di Baal e quattrocento profeti di Asera, contro Elia da solo.  Ma questo profeta aveva Dio dalla sua parte, quindi non era poi così tanto solo, anzi, aveva di più del re e del suo esercito di profeti.  Costruirono così un altare su cui sia Elia che i profeti di Baal avrebbero dovuto porre la legna e la carne di un vitello sacrificato. La sfida consisteva nell'invocare il proprio dio affinchè mandasse un fuoco dal cielo che consumasse tutta la legna e la carne. Cominciarono per primi i profeti di Baal che misero sull'altare la legna e il loro vitello e implorarono il loro dio per molte ore con tutta la voce, saltellando da una parte all'altra dell'altare che avevano eretto, ma non accadde proprio nulla. Così Elia cominciò a prendersi gioco di loro, dicendo: "Gridate a gran voce, perchè è un dio! E' occupato, è in affari o è in viaggio; forse dorme, ma si sveglierà!". I profeti continuarono a invocare il loro dio per tanto tempo, ma dal cielo non ci fu risposta. Poi venne il turno di Elia. Egli ricostruì l'altare per il Signore con dodici pietre, una per ogni tribù d'Israele, poi fece versare quattro anfore di acqua sull'altare, e l'acqua era così abbondante che nessuno sarebbe riuscito ad accendere un fuoco, perchè tutta la legna era completamente inzuppata. Poi Elia invocò e pregò il Signore, vero Dio, e subito dal cielo scese un fuoco che bruciò l'offerta e tutto l'altare. Fu chiaro così chi fosse il vero e unico Dio. Allora il re e il popolo d'Israele riconobbero che il Signore e non Baal era il vero Dio e così decisero di seguirlo. Elia poi annunciò la fine della carestia, cosa che sembrava improbabile, tanto che nel cielo non c'era nessuna nuvola, tranne una piccola nuvoletta che veniva dal mare, ma ad un tratto scoppiò un grande temporale che mise fine alla carestia, e il popolo potè nuovamente mangiare e bere, e soprattutto essere fedeli al Signore, il vero e unico Dio. Quando Acab raccontò a Gezabele quanto era successo sul Carmelo, questa andò su tutte le furie, e promise che avrebbe fatto uccidere Elia. Così Elia per fuggire a Gezabele, si incamminò nel deserto verso il monte Oreb. Dio stesso lo accompagnò in questo viaggio che durò quaranta notti e quaranta giorni, in quanto diede a Elia cibo e acqua per mezzo di un angelo. Sul monte Oreb, lo stesso luogo dove Dio si era rivelato a Mosè, Elia trovò rifugio in una grotta. Quando Elia si stabilì in questa grotta, ci fu un vento forte ed energico, capace di spaccare le rocce. Il vento impetuoso non indicava però la presenza di Dio. Dopo il vento si manifestarono altri due paurosi fenomeni: un terremoto e un fuoco. Ma il Signore non si stava manifestando nè nel terremoto nè nel fuoco.

Elia rimase comunque in attesa con vera fedeltà perchè Dio non si impone: si proprone. Non ci obbliga a credere in Lui. Si dona a chi lo cerca veramente, a chi sa ascoltare la sua voce e lo sa riconoscere anche in fatti o eventi poco visibili. A volte serve un lungo tempo, ma soprattutto tanta perseveranza e coraggio per incontrarlo, perchè anche Dio chiede fede e desiderio di Lui. Il profeta è sempre in continuo ascolto, quindi non dimentichiamoci mai che Dio si trova nel saperlo ascoltare, anche attraverso fenomeni naturali, e proprio così Elia lo riconobbe...

...Elia poi percepì una brezza leggera, quasi un sussurro, si coprì il volto con il mantello e uscì dalla caverna. Il Signore si manifestò e gli parlò, chiedendogli cosa era venuto a fare e cosa desiderava. Elia gli ricordò che era rimasto solo contro tanti e che Gezabele aveva deciso di ucciderlo. Allora il Signore gli ordinò di tornare verso il deserto di Damasco e di ungere re di Aram un certo Cazael, e Ieu, figlio di Nimsì, come sovrano in Israele. Inoltre Dio scelse un tale di nome Eliseo come profeta per continuare la missione di Elia. Infine lo rassicurò, poichè c'erano tante persone che non si erano inchinate davanti a Baal e che quindi non era rimasto solo. Così Elia rimase per qualche tempo nel deserto, poi andò verso Damasco per fare quanto il Signore gli aveva chiesto. Infine andò a cercare Eliseo. Quando Elia lo trovò Eliseo stava arando il suo campo con i buoi. Elia lo chiamò, poi gli pose il proprio mantello sulle spalle, facendogli così comprendere che era stato scelto per seguirlo ed entrare al suo servizio. Eliseo prima di seguirlo andò a salutare i suoi genitori e offrì al popolo la carne di due buoi che cosse con il legno di attrezzi da lavoro che aveva, poi Eliseo entrò al servizio di Elia dedicandosi alla sua missione. Da allora in poi Eliseo fu sempre accanto a Elia, apprendendo da lui tanto da poter diventare un giorno profeta del Signore.

Intanto la perfida regina Gezabele continuò a ostacolare i progetti di Dio per il suo popolo e a perseguitare Elia. Quest'ultimo però si sentiva ormai più forte, perchè accanto aveva il giovane Eliseo. Elia ed Eliseo percorsero tutto il regno invitando il popolo a non ascoltare Gezabele e a non adorare i falsi idoli di costei. Inoltre, in quel tempo Israele combatteva contro molti nemici. Fra costoro c'era anche il regno di Giuda, nel quale vivevano le altre due tribù del popolo di Dio. Era davvero una cosa tragica perchè due gruppi delle dodici tribù dello stesso popolo di Dio si stavano massacrando tra di loro! Gezabele e Acab avevano spinto in continuazione gli Ebrei a combattere contro genti diverse, e anche contro il loro stesso popolo, alla ricerca di altri tesori o nuove terre, per soddisfare la loro avidità. Però alla fine, come predetto da Elia, Gezabele morì gettata da una finestra e il suo corpo fu divorato dai cani, invece Acab morì in battaglia colpito da una freccia. Al posto suo, divenne re suo figlio Acazia, che fu ancor più malvagio del padre, ed Elia combattè molto anche contro di lui. Acazia un giorno però cadde dalla finestra del piano superiore e si ferì. Così mandò dei messaggeri a chiedere a un idolo per sapere se fosse rimasto in vita o sarebbe morto. Ma quelli che Acazia aveva mandato a quell'idolo furono fermati da Elia, che li rimandò al loro padrone con il messaggio che sarebbe morto. Infatti quello che Elia aveva predetto si avverò e Acazia morì.

Un giorno Elia ed Eliseo si avviarono da Galgala verso sud. Elia non voleva che Eliseo lo accompagnasse in quel viaggio, ma il suo discepolo insistette e così Elia acconsentì. Durante questo viaggio avvenne un fatto straordinario e incredibile: quando giunsero sulla riva del Giordano, Elia prese il suo mantello, lo arrotolò e con questo toccò l'acqua, e improvvisamente il fiume si divise in due, così Elia ed Eliseo poterono attraversare il fiume camminando sull'asciutto. Poi Elia, sapendo che stava per lasciare la vita terrena, disse ad Eliseo che in quel momento aveva l'opportunità di chiedergli qualcosa che desiderava, prima di lasciarlo. Eliseo così gli chiese due terzi del suo spirito, cioè chiese di poter essere un grande profeta come lui. Elia acconsentì alla sua richiesta. Poi accadde che un carro di fuoco con cavalli di fuoco comparve in mezzo a loro ed Elia, in un turbine, salì verso il cielo e verso Dio. Così Eliseo perse il suo maestro e rimase solo. Eliseo raccolse il mantello di Elia che era caduto e ritornò verso il Giordano. Come aveva fatto Elia, Eliseo toccò l'acqua con il mantello e il fiume si aprì. Fu questa la prova che lo spirito di profeta di Elia era passato nel discepolo. Eliseo fu così il successore di Elia, scelto dal Signore per annunciare la sua parola.

Elia fu un grande profeta e operò molto per aiutare il popolo dell'Alleanza a camminare sui sentieri del Signore, e altrettanto fece Eliseo. Elia ed Eliseo non hanno però lasciato nessuno scritto dei loro messaggi e delle loro vicende, si reputano quindi dei profeti non scrittori. La loro storia è contenuta nel primo e secondo libro dei Re.

...Eliseo continuò ad operare come il suo maestro, e la sua fama come profeta del Signore si diffuse ben presto in tutto Israele, anche perchè il Signore gli aveva dato il potere di operare miracoli e guarigioni. E' comunque solo Dio che compie cose straordinarie, in questo caso per mezzo del suo messaggero Eliseo. Dio, attraverso la preghiera di Eliseo, ridiede la vita a persone, purificò acqua che era imbevibile e inutilizzabile; come il suo maestro moltiplicò l'olio della vedova, lui intercedette per una donna sunammita che non riusciva ad avere figli, ed Eliseo per mezzo del Signore le fece avere un figlio, che poi morì, e così il profeta lo resuscitò, sempre grazie a Dio. Inoltre guarì dalla lebbra un certo Naaman, un generale dell'esercito arameo, che era andato da Eliseo perchè era venuto a sapere della potenza del Signore da una sua schiava.

Eliseo ebbe una vita piena di avventure, senza risparmiarsi, come aveva fatto il suo maestro Elia, perchè è questo che si fa quando ci si mette al servizio di Dio e si confida pienamente in Lui. Con Lui non si ha mai paura, ma si compiono cose straordinarie, perchè si è amati ed ascoltati.

...Però dopo la morte del profeta Eliseo, gli abitanti del regno di Israele continuarono a disobbedire ai comandi del Signore. Il Signore per tanto tempo mandò premurosamente i suoi profeti a cercare di convertirli, ma essi continuarono a non seguire le vie del Signore, unica salvezza. Così alla fine il Signore li fece ricadere nei propri sbagli, cioè quello che loro stessi avevano provocato, e Sargon, re del vicino impero di Assiria, distrusse il regno d'Israele e deportò i suoi abitanti, conquisandolo tutto, spingendosi perfino a minacciare il regno di Giuda.

Il regno di Giuda si trovava a Sud del regno di Israele, era composto dalle tribù di Giuda e Beniamino, cioè le due tribù che dopo lo scisma erano rimaste fedeli al re Roboamo. Nel regno di Giuda regnarono i discendenti di Davide e Salomone. Questi re, come il regno di Israele, per la maggior parte si allontanarono dal Signore e non obbedirono ai comandamenti. Ci furono due re che parzialmente furono fedeli al Signore, cioè Asa, nipote di Roboamo, e Giosafat, suo figlio, che seguirono Dio, ma non senza peccati; poi ci furono Ioas, Ozia e Amasia, che, nei periodi in cui regnarono, fino a quando visse il sacerdote che faceva loro da guida, rispettarono i comandamenti del Signore, ma, quando il sacerdote che li guidava morì, cominciarono a disobbedire alle leggi di Dio e ad adorare altri dei. Dopo molto tempo, finalmente salì al trono un re che seguì sempre il Signore, cioè Ezechia. Questo re fece dei lavori di manutenzione al tempio, fece distruggere tutti gli altari e tutte le statue degli idoli, perchè il popolo di Giuda doveva adorare soltanto il Signore. In quel periodo Giuda tornò ad essere nel suo massimo splendore. Però nel regno di Ezechia arrivò una terribile minaccia: gli Assiri avevano distrutto il regno di Israele e ora miravano anche all'invasione di Giuda, appostandosi in una città del regno del Sud chiamata Lachis, che avevano già invaso e saccheggiato. Ezechia si affidò nelle mani del Signore per la protezione del regno di Giuda, Egli ascoltò la sua preghiera e salvò il regno dall'attacco assiro. Ezechia nella sua vita non abbandonò mai Dio e anche il suo popolo si impegnò a rispettare i Comandamenti, ma la sua opera non durò molto, perchè, quando lui morì, salì al trono suo figlio Manasse, che non rispettò l'opera del padre, ma adorò gli idoli e non rispetto più le leggi del Signore. Dio così mandò contro di lui dei comandanti dell'esercito assiro, che lo catturarono e lo deportarono in Babilonia. Nella prigionia, Manasse si umiliò davanti a Dio e lo pregò moltissimo. Il Signore così, intenerito dal suo pentimento, lo liberò dalla prigionia e lui potè tornare nel suo regno. Manasse così comprese che l'unico vero Dio era il Signore. Per tutto il resto della sua vita non abbandonò mai il Signore, tolse tutti gli idoli che aveva costruito e riaprì il tempio, riportando anche il suo popolo a credere solo nel Signore. La maggior parte degli abitanti di Giuda non si recò mai al tempio, ma comunque, anche se in posti diversi dal tempio, adorarono solo ed esclusivamente Dio. Però, dopo Manasse, salì al trono suo figlio Amon, che non obbedì mai ai comandamenti del Signore, e altrettanto fece il suo popolo. Il figlio di Amon, cioè Giosia, però, non fu come il padre, ma fu sempre un re fedele. Riparò il tempio e rinnovò l'alleanza con il Signore. Ma neanche l'opera di Giosia durò molto: dopo la sua morte salì al trono suo figlio Ioacaz, e questo fatto diede inizio alla decadenza di Giuda. Anche se dopo Giosia ci furono altri re, Giuda era diventato troppo debole. Ormai il regno era semi-dominato dall'Egitto, che ne scieglieva i re. Questi re, nel poco tempo in cui regnarono, furono l'esatto contrario di quel che furono Davide, Salomone, Ezechia e Giosia. Allora il Signore, per riportare a Sè Giuda, attuò la maniera più estrema, che non aveva mai voluto compiere: li fece deportare da Nabucodonosor, re dei Babilonesi, in Babilonia, per far rivivere loro il cammino che fecero i loro antenati nell'esodo in Egitto. Tornarono ad essere schiavi, come ai tempi di Mosè.

La storia del popolo eletto si costruì pezzo dopo pezzo, come un grande mosaico, con costanza e pazienza. Quando il popolo era fedele a Dio, il disegno della salvezza si espandeva; quando non si affidava al Signore questa opera si restringeva. Dio fece di tutto, anche se invano, per riportare il popolo sulla retta via, fino alla fine del regno, mandando anche molti profeti (Isaia, Geremia, Osea,...) attraverso cui faceva vedere ai Giudei che stavano vivendo una situazione molto triste, e in un certo senso anche ridicola.

Dio permise la distruzione di tutto quello che aveva costruito. Ma perchè fece questo? Solo in Dio si può ritrovare la forza e il tempo di schiavitù può aiutare a comprenderlo. Il cammino dalla schiavitù alla libertà è un percorso che riporta alla fede. Non sempre tutti i mali vengono per nuocere! Anche noi oggi siamo schiavi di tanti falsi idoli: della TV, dei soldi, del computer, del divertimento,... All'inizio sembrano cose belle, ma dopo ci si accorge della loro bruttezza e del grande vuoto che si ha nel cuore quando non si ha Dio. Vivere momenti difficili e momenti di prova serve per riportarci a Lui e dire di nuovo al Signore: "Padre, aiutami! Mi metto nelle tue mani".

Comunque, nonostante che questi re non rispettassero i comandamenti e non camminassero nei sentieri del Signore, Egli continuò il suo progetto di salvezza anche attraverso gli errori umani. Quindi il bambino mise la cornice gialla ai re di Giuda, perchè erano nella genealogia diretta di Gesù.

Il bambino lesse poi la storia del profeta Daniele, che è raccontata nell'omonimo libro.

Daniele era uno dei tanti Ebrei che erano stati catturati e deportati in Babilonia al tempo del re dei Babilonesi Nabucodonosor. Però Dio già sapeva che avrebbe dovuto preservare ben bene quella perla che era Daniele dalle angherie e le cattiverie degli uomini. Infatti, un giorno, l'imperatore mandò un suo funzionario a cercare tra gli Ebrei ragazzi forti, di bell'aspetto, intelligenti e di nobile famiglia, con l'ordine di prenderli, formarli per tre anni e poi metterli al servizio del re in persona. Tra questi il funzionario scelse proprio Daniele, e con lui anche Anania, Azaria e Misaele. Il re aveva ordinato di riservare ai ragazzi solo il cibo migliore della reggia, ma i quattro si rifiutarono di mangiare questi cibi, perchè secondo l'Ebraismo erano impuri, e quindi contro la Legge di Dio. I quattro ragazzi infatti non vollero mai allontanarsi dal Signore, anche se con minaccia di tortura o di morte. Il funzionario concesse loro di poter mangiare solo verdure, a patto che crescessero forti e sani. Dio li benedisse con una salute eccellente e con una intelliggenza e una saggezza maggiori a quelle di tutti gli altri. A Daniele, aveva fatto anche un dono speciale: sapeva svelare alle persone il significato dei sogni. I giovani riconobbero che questi erano tutti doni di Dio, e ogni giorno si ricordavano di Lui, lo ringraziavano e camminarono sempre sulla via che conduce al Signore, così Dio non li abbandonò mai.

 La storia di Daniele somiglia a quella di Giuseppe, figlio di Rachele e di Giacobbe, figlio di Isacco, figlio di Abramo, vissuto moltissimi anni prima di questo profeta. Come Giuseppe, Daniele all'inizio fu catturato e deportato, ma, grazie al dono che Dio gli aveva fatto, cioè la capacità di interpretare i sogni, che per gli uomini erano messaggi di Dio, stupì il re, che infatti lo tenne sempre con sè alla corte e gli diede una grande autorità nel regno.

Questa storia ci insegna che bisogna sempre fidarci di Dio, perchè Egli non ci abbandona mai, soprattutto nei momenti più difficili e sofferenti.

Dio benedì Daniele, che si differenziava dagli altri indovini del re per la sua grande saggezza, e inoltre perchè non solo rivelò il significato dei sogni più difficili da interpretare, ma riuscì anche a comprendere di che trattavano alcuni sogni che il re non gli rivelò.

Intanto anche gli altri tre, Anania, Azaria e Misaele, ebbero per mezzo di Daniele delle cariche importanti in Babilonia, ma ciononostante rimasero sempre fedeli al Signore. Questa loro grande fede è dimostrata anche dal grande atto che hanno fatto: un giorno il re fece erigere una grande statua d'oro in onore di un suo dio e ordinò che tutte le autorità che lui aveva messo a capo del regno di Babilonia adorassero quella statua. Però Anania, Azaria e Misaele non obbedirono all'ordine del re, dicendo che, anche se fossero morti, non avrebbero adorato altri dèi all'infuori del Signore. Così il re ordinò di legarli e gettarli in una fornace ardente. Nella fornace i tre cominciarono a pregare e il Padre che è nei cieli mandò un suo angelo a proteggerli dalle fiamme. Nabucodonosor riconobbe la potenza del Signore e quindi non fece ripetere più quello che aveva fatto.

Daniele continuò ad essere alla corte come indovino anche dopo la morte del re Nabucodonosor, servendo i re successivi senza volgere le spalle a Dio. Con il passare degli anni, i re di Babilonia diventarono sempre più deboli e non ci fu mai più un re grande come Nabucodonosor. L'ultimo re di Babilonia si chiamava Baldassar ed era un uomo molto orgoglioso e dispotico. Una notte si lanciò in un banchetto sregolato, credendo di poter fare tutto ciò che gli piaceva. Ma ad un tratto una mano apparve dal nulla e iniziò a scrivere su di un muro. Le dita venute dal nulla scrissero tre parole, poi sparirono. Il re si spaventò e improvvisamente sentì il bisogno di sedersi; chiamò gli indovini della corte, ma di questi nessuno fu in grado di aiutarlo. La regina madre consigliò al re di chiamare Daniele, un indovino di suo padre Nabucodonosor. Il re convocò Daniele che, illuminato dal Signore, comprese il significato delle tre parole e lo spiegò: Dio aveva visto la grandissima superbia e vanità del re Baldassar e non lo trovava all'altezza. Così aveva deciso di mettere fine al regno di Babilonia dividendolo e dandolo ai Medi e ai Persiani. Proprio quella notte accadde quel che Daniele aveva previsto, il re Baldassar fu ucciso e salì al trono Dario, il re dei Medi. Dopo aver conquistato Babilonia, il re Dario scelse tre uomini che lo aiutassero nel governo del regno e uno di costoro era Daniele. Dario non ebbe bisogno di molto tempo per rendersi conto che Daniele era un uomo anziano dai doni sorprendenti e che avrebbe potuto facilmente governare il regno da solo. Questo però non piacque agli altri indovini e governatori che così cercarono un pretesto per eliminare Daniele organizzando un complotto. Proposero al re che tutti avrebbero dovuto onorare per trenta giorni nessun altro dio all'infuori del re; al re piacque l'idea e fece emanare il decreto scritto. Daniele però, non volle abbandonare il Signore e continuò a pregarlo tre volte al giorno come di solito faceva. I consiglieri del re sorpresero Daniele in preghiera e lo trascinarono al palazzo. I consiglieri mostrarono al re colui che aveva disobbedito alla sua legge e che avrebbero messo nella fossa dei leoni. Il re fu addolorato perchè aveva compreso il tranello e quindi per tutto il giorno cercò di escogitare un modo per salvare Daniele, ma non potè fare nulla perchè non avrebbe potuto opporsi alla sua stessa legge. Daniele fu così gettato in una fossa in cui c'erano dei leoni che avrebbero potuto uccidere facilmente un uomo anziano come Daniele. Ma Dio, anche questa volta, non abbandonò il suo fedele figliolo e inviò un angelo a chiudere la bocca dei leoni e Daniele rimase illeso. Il re Dario gioì nel vedere Daniele sano e salvo e ordinò alle guardie di arrestare gli uomini che gli avevano teso questo tranello. Daniele tornò a servire il re Dario, fu sempre un profeta giusto e aiutò Dario a governare il regno con saggezza ed equità. Ma questa non fu l'unica volta in cui Daniele finì nella fossa dei leoni, infatti questo accadde un'altra volta, dopo che Daniele aveva distrutto un idolo babilonese. Daniele però non ebbe paura perchè confidò sempre nel Signore e il Signore anche questa volta mandò il suo angelo a proteggerlo. Per il resto della sua vita, Daniele ricevette dal Signore molte rivelazioni e visioni strane e straordinarie, di cui alcune si sono già avverate.

Daniele nella sua vita non smise mai di pregare ed è proprio questo che lo rese sempre diverso dagli altri uomini. Egli sperava che, grazie alle sue preghiere, il suo popolo non fosse più prigioniero in terra straniera. La vita di questo profeta ci dovrebbe dare sempre il coraggio di confidare in Dio, anche quando tutto sembra un caso disperato.

Il bambino lesse poi la storia di Ester, che si trova nell'omonimo libro, ambientata al tempo del re persiano Assuero. Una particolarità di questo libro è che in una pagina si trova il testo greco e in quella successiva lo stesso racconto, ma con il testo ebraico. Quindi, per leggerlo, si deve scegliere se seguire il testo greco o il testo ebraico e così leggere a pagine alterne, altrimenti nella pagina successiva si leggerebbero delle frasi con lo stesso significato di quelle della pagina precedente!

Ester fu una regina ebrea bella e coraggiosa. Per la sua bellezza il re Assuero la scelse per essere sua moglie. I genitori di Ester erano morti e lei era stata allevata da Mardocheo, un suo parente, che lavorava al palazzo reale. Un giorno Mardocheo udì due ufficiali che complottavano per uccidere il re; egli informò allora Ester, che a sua volta ne mise a conoscenza il re. La vita del re così fu salva e il nome di Mardocheo fu registrato nel libro delle cronache del regno. Dopo qualche tempo, il re nominò alla più alta carica del regno dopo il re un uomo orgoglioso e crudele di nome Aman, la quale voleva che tutti i servi e tutti i funzionari si inchinassero al suo passaggio. Tutti si inchinavano al suo passaggio, tranne Mardocheo, perchè, essendo un ebreo, lui rimaneva fedele all'unico Dio e si sarebbe piegato in ginocchio solo davanti a Lui. Aman per questo fu pieno di collera e decise di uccidere Mardocheo, e con lui tutti gli Ebrei. Così andò a chiedere il sigillo per il bando che recava questo editto al re, che glielo diede, poichè non dava mai retta ad Aman, ma lo accontentava subito. Mardocheo, venuto a sapere la cosa, fu pieno di angoscia e di dolore. Ester, che non poteva uscire dalla reggia, vedendo Mardocheo addolorato mandò dei servi per sapere che cosa lo preoccupasse così tanto. Mardocheo spiegò che il loro popolo stava per essere distrutto e chiese a Ester di parlare al re, in modo che l'ordine di Aman fosse annullato. Ester aveva paura di presentarsi al re, perchè nessuno, neanche la regina, poteva presentarsi davanti al re senza essere chiamato, altrimenti sarebbe stato condannato a morte, a meno che il re non lo toccasse con il suo scettro d'oro. Dio però l'aveva fatta diventare regina proprio per questa ragione. Ester digiunò e pregò per supplicare l'aiuto del Signore e dopo tre giorni si vestì con i suoi abiti da regina più belli e si presentò davanti al re. Il re vedendola la toccò con il suo scettro e fu questo un segno di benvenuto, il segno che non doveva aver paura. Il re chiese spiegazioni di questa sua presenza e lei rispose che voleva invitarlo ad un banchetto insieme ad Aman. Il re accettò l'invito di Ester e vi andò. Durante il banchetto Assuero volle sapere il perchè di questo invito ed Ester chiese che sia lei che il suo popolo non fosse sterminato. Assuero sbalordito chiese chi avesse potuto dare un ordine simile ed ella rispose che era stato Aman. Aman allora fu catturato e portato via e Assuero annullò l'ordine dato dal malvagio funzionario.

Dio, anche questa volta, volle aiutare il popolo ebreo attraverso il coraggio di Ester, la quale rischiò la propria vita riponendo in Lui la propria fede.

Dopo l'Impero Persiano, la Palestina fu conquistata dai Greci Ellenistici, un'unione di Greci e Macedoni guidata dal re dei Macedoni Alessandro Magno che conquistò tutta l'Asia Minore, tra cui anche Giuda e Israele. Dopo la sua morte, il suo regno fu diviso tra i suoi generali. Israele e Giuda entrarono a far parte del regno governato dal re d'Egitto, ma, dopo una guerra tra il re siro e quello egizio, fu conquistato dal re di Siria. Gli Ellenistici di Siria, però, costrinsero tutti i popoli conquistati a convertirsi alla religione greca, se non si avesse eseguito gli ordini si sarebbe stati puntiti con la morte. Siccome i siri erano molto potenti, anche molti Giudei e Israeliti, presi dalla paura di morire, si convertirono. Gli Ellenistici di Siria, inoltre, devastarono il tempio di Gerusalemme e portarono via da esso tutte le ricchezze che conteneva, sostituendole con statue di idoli greci. Tutti gli Ebrei erano diventati ormai di fede greca. Tutti, tranne uno: il sacerdote Mattatia. Questo coraggioso sacerdote si ribellò alle regole imposte dal re e fuggì tra le montagne della Giudea insieme ai suoi figli. A loro si unirono anche altri uomini che non volevano disobbedire alla Legge data da Dio, tramite Mosè, al popolo d'Israele. Iniziò così la rivolta contro il re siro. Dopo la morte di Mattatia succedette a lui come capo della rivolta suo figlio Giuda, a cui fu dato il nome Maccabeo, che significa "martello". Giuda dovette affrontare con i suoi uomini gli eserciti mandati contro di loro dal re. Questi eserciti erano più numerosi degli Ebrei, ma Giuda non si scoraggiò e chiese l'aiuto del Signore, vincendo così tante battaglie. Giuda Maccabeo riuscì così a far ricominciare i riti religiosi ebraici. Dopo la morte di Giuda, prese il suo posto il fratello Gionata, e, dopo la sua morte, il fratello Simone. La Palestina divenne così quasi indipendente. I tre fratelli seppero governare con saggezza e furono sempre rispettati dai siri e anche dai Romani.

I maccabei inoltre insegnarono sempre che Dio non abbandona mai chi si affida totalmente a Lui e non segue gli idoli. Questo insegnamento vale anche oggi, perchè molte volte è sempre più comodo seguire gli idoli, come il denaro, il calcio, i piaceri, e si dimentica Dio. Ma dopo la morte non resterà nulla di tutto ciò, quindi è meglio non attaccarsi ai beni futili di questa terra, ma resistere alla tentazione di Satana e avere totalmente fede nel Signore a tutti i costi.

La Parola di Dio è contagiosa e il bambino imparava sempre più ad ascoltare quello che Egli gli diceva attraverso questo libro dalla copertina di tessuto rosso.

Il bambino poi continuò a leggere fino ad arrivare al Nuovo Testamento. Nel NT lesse il Vangelo secondo Matteo e poi quello secondo Luca. Per continuare il grafico della genealogia, incontrò una piccola difficoltà: i due Vangeli che narrano della genealogia di Gesù, iniziando dai figli di Davide, riportano nomi diversi tra gli avi di Giuseppe, padre putativo di Gesù. Ma nessun problema! Il bambino riportò sul grafico entrambe, creando in ognuna di esse delle fasce che evidenziavano le genealogie dei due evangelisti. La genealogia secondo Luca la evidenziò con una fascia rosso-arancio e quella secondo Matteo con una fascia verde. Ai personaggi nelle caselle uno sotto l'altro mise le cornici gialle fino ad arrivare a Giuseppe e Maria. Maria è figlia di Anna e Gioacchino, però non è scritto nei Vangeli, ma soltanto negli apocrifi e nel "Poema dell'Uomo-Dio" di Maria Valtorta. Quindi il bambino mise ai genitori di Maria delle cornici viola, a simboleggiare il fatto di non essere riportati nei Vangeli. Secondo Maria Valtorta, Gioacchino e Anna non potevano avere figli, avevano un'età avanzata e ormai la speranza di averli stava svanendo. Quando il Signore donò loro quella santa bambina, ci fu una grande gioia. Anna volle chiamare la bimba Maria, ma Gioacchino non voleva che si desse questo nome alla bambina, poichè in ebraico Maria significa "amara", quindi quel nome poteva essere di cattivo auspicio per la loro figlioletta. Ma Anna rispose con una toccante frase: - Dio è con Lei. E' sua da prima che fosse. Egli la condurrà per le sue vie ed ogni amarezza si muterà in paradisiaco miele. Or sii della tua mamma... ancora per un poco, prima di esser tutta di Dio...

Maria crebbe in età, grazia e sapienza secondo i progetti di Dio e divenne una fanciulla semplice, che amò e rispettò sempre Dio. Maria fu promessa sposa al falegname Giuseppe, discendente della famiglia del re Davide, ma accadde qualcosa di straordinario: "Ti saluto Maria, piena di grazia, il Signore è con te". Così l'angelo Gabriele, messaggero di Dio, salutò colei che sarebbe divenuta la madre di Gesù. E' grazie a Lei che Dio ha fatto al mondo un dono straordinario, poichè gli uomini non riuscivano più a camminare sulle giuste vie del Signore. Egli, attraverso questo figlio, ha donato al mondo la salvezza, insegnando a tutti come entrare nel regno di Dio, un regno che non avrà mai fine. Maria non comprese subito il messaggio dell'angelo, ma si mise nelle mani di Dio, accettando senza dubbi il progetto del Signore. Sicuramente nel suo cuore crebbero tanti sentimenti: timore, gioia, amore, ansia. Ma Dio protesse il suo cammino e Giuseppe fu scelto anch'esso dal Padre per proteggere sia Maria che suo Figlio. Giuseppe non credette subito come Maria, ma inizialmente fu incredulo e respinse Maria, Dio però mandò il suo arcangelo, che gli fece cambiare idea e capire che Maria aveva in grembo Colui di cui Dio aveva parlato per mezzo dei profeti tempo prima.

Maria e Giuseppe si recarono una volta a Betlemme, luogo di nascita di Giuseppe, per un censimento. Proprio in quei giorni, Maria doveva partorire. Tutti gli alloggi della città erano pieni zeppi, e i due si dovettero accontentare di una povera stalla. Maria partorì e il Bimbo venne messo in una mangiatoia, riscaldato dal tepore del fieno.

Maria è stata la prima creatura umana che ha accolto il dono con amore e fede e, attraverso di Lei, Gesù, Dio sulla Terra, è venuto al mondo. Gesù nacque povero, in una povera stalla di Betlemme. Dio non ha scelto di nascere in un sontuoso palazzo, non ha voluto la casa di un re, ma ha scelto la povertà per essere amore e donarsi agli altri.

...Il bambino che leggeva, giunse finalmente a posizionare Gesù nel suo grafico e con grande gioia come una luce che illumina il cammino della propria vita, ma anche di tutti i popoli che erano nel grafico come un grande ed enorme corteo, mise una casella molto grande incorniciata di giallo e rosso e con tutte e due le fasce che lo avvolgevano in un abbraccio sia della discendenza di Matteo che di Luca. 

Maria, come tutte le mamme, sicuramente non avrebbe voluto far nascere suo figlio in una stalla, in condizioni simili, ma ha comunque dovuto accettare la volontà di Dio, di Suo Figlio. Maria in quel momento ha accolto Suo Figlio come tutte le altre mamme, l'ha ammirato, coccolato, cullato, tranquillizzato, allattato e gli ha cantato la ninna-nanna. Lei, in quel momento, oltre ad essere Colei che ha portato sulla terra un pezzo di Paradiso, aveva ricevuto il grande dono di essere mamma e Gesù era il suo magnifico bambino.

Gesù cominciò a testimoniare il Suo Vangelo sin dalla nascita, ai pastori che, chiamati dall'angelo, erano venuti ad adorarlo. Giuseppe e Maria si trattennero a Betlemme, finchè, dopo quaranta giorni dalla nascita, non dovettero adempiere al compito, prescritto dalla legge di Mosè, di presentare Gesù al tempio. Al tempio Gesù fu preso in braccio da Simeone, a cui il Signore aveva detto che non sarebbe morto senza vedere il Salvatore. Simeone, quel giorno, riconobbe il Messia in Gesù e finalmente la sua anima ebbe pace. Simeone insieme ad  Anna, una profetessa che anch'essa aveva riconosciuto Gesù come il Messia, cominciarono a lodare il Signore e a parlare a tutti di Gesù. In quel momento il cuore di Maria era pieno di gioia, ma le parole di Simeone furono folgoranti: "Questo bambino è venuto per la rovina e la risurrezione di molti, e anche a Te una spada trafiggerà l'anima".

Ascoltando quelle parole Maria cominciava a immaginare quello che sarebbe successo negli anni successivi... Pensava alla gioia che avrebbe provato vedendolo crescere, ma anche al dolore quando la gente non avrebbe compreso chi era, e soprattutto pensava a quella spada, che avrebbe trafitto dolorosissimamente il proprio cuore. Come in tutte le immagini vediamo Maria che stringe a sè il bambino e sicuramente così faceva, pensando al grande miracolo della vita che aveva ricevuto e a quei momenti difficili che dovevano sopraggiungere. Ma il miracolo più grande era quello che stava accadendo nel suo cuore, quello di essere mamma.

Questa Sacra Famiglia, purtroppo, sin dall'inizio non ebbe vita facile, perchè Erode voleva uccidere Gesù, con la paura che Costei lo spodestasse dal trono, così ordinò che si uccidessero tutti i bambini di Betlemme, pensando che tra questi ci sarebbe sicuramente stato Lui. Il Signore. però, attento a Suo Figlio, mandò un angelo a dire a Giuseppe di fuggire in Egitto per salvare la vita di Gesù. Così fu fatto e fu salvo. Alla morte di Erode, l'angelo apparve di nuovo in sogno a Giuseppe e gli disse di tornare nella terra di Israele perchè non c'era più pericolo.

Giuseppe, venendo a sapere che in Giuda, regnava Archelao, figlio di Erode, perfido come il padre, avendo paura e avvertito in sogno, si ritirò nella Galilea, a Nazaret. Qui Gesù trascorse la sua fanciullezza e crebbe in sapienza, età e grazia, poichè, anche se le sue sembianze erano umane, aveva qualcosa di diverso dagli uomini, aveva un cuore di Dio.

Gesù, sicuramente, crescendo, avrà avuto un forte attaccamento alla Sua Santa Mamma, e Lui, pio, buono e santo, fu un bambino che come tutti studiava e giocava, come riportato da Maria Valtorta, soprattutto con i cugini Giuda Taddeo e Giacomo. Gesù sicuramente, correndo, si sarà anche sbucciato le ginocchia, e, piangendo, come tutti i bambini, sarà corso dalla sua mamma, che lo avrà baciato e curato amorevolmente. Gesù è stato uno di noi e come noi, e proprio per questo lo sentiamo vicino in ogni tappa di età.

Maria e Giuseppe, ogni anno, andavano a Gerusalemme per festeggiare la Pasqua. Quando Gesù aveva dodici anni, andarono come di consueto al tempio, ma, sulla via del ritorno, i due genitori si accorsero che Gesù non era con loro. Preoccupati tornarono indietro e dopo tre giorni di ricerche trovarono Gesù al tempio, mentre discorreva con i sacerdoti, stupiti dalla sua grande sapienza e intelligenza. Maria e Giuseppe rimproverarono Gesù perchè si era allontanato senza avvertirli, ma Gesù rispose loro: "Perchè mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?" I due non compresero cosa volesse dire Gesù, ma Maria si stupì di quella risposta e la tenne sempre nel cuore. Gesù poi ritornò con loro a Nazaret e visse obbedendo da bravo e pio figliolo fino all'età di trenta anni.  

Gesù, verso i trent'anni, lasciò la sua famiglia e gli amici e si recò verso il fiume Giordano per farsi battezzare da Giovanni Battista, suo cugino, figlio di Elisabetta e Zaccaria. Giovanni, infatti, era andato a vivere in una regione desertica della Palestina, nella zona del Giordano più sotto il livello del mare. Qui Giovanni viveva in penitenza e austerità, predicando energicamente la Parola del Signore e battezzando nell'acqua del fiume come segno di pentimento coloro che andavano ad ascoltarlo. Un giorno Gesù si recò da lui per farsi battezzare. Giovanni si rifiutò, perchè non si credeva degno di poter farlo, ma Egli lo pretese. Appena uscito dall'acqua, Gesù si mise in preghiera. All'improvviso il cielo si spalancò e lo Spirito di Dio scese su di Lui, secondo il Vangelo sottoforma di colomba. Dal cielo si sentì una voce che diceva: "Tu sei il Figlio mio, che Io amo, Io ti ho mandato".

In quei giorni, mentre Gesù si trovava nel luogo in cui Giovanni battezzava, il Battista lo indicò, dicendo: "Ecco l'Agnello di Dio". I due discepoli che erano con lui, Giovanni e Andrea, sentendo quelle parole, lasciarono tutto e seguirono Gesù. Gesù chiese loro: "Cosa volete?". I due discepoli chiesero a Gesù dove abitava. Così Gesù li invitò, dicendo: "Venite e vedrete". I due andarono e rimasero con Lui tutto il giorno. Erano i primi due discepoli di Gesù.

Poco tempo dopo Gesù andò nel deserto, dove fu messo a dura prova dal diavolo. Vi rimase per quaranta giorni e quaranta notti. Superò le tentazioni e si mantenne fedele al progetto del Padre, e il diavolo se ne andò.

Che cos'è una tentazione? La tentazione è un impulso a commettere il male. Non è un peccato, ma soltanto Satana che vuole impossessarsi di noi. Se si vuole, si può resistere alle tentazioni, basta avere saldo nel cuore Gesù. Infatti Gesù tenne a bada Satana rimanendo fedele a quanto scritto nella Bibbia. "Adora il Signore tuo Dio, a Lui solo rivolgi la tua preghiera"

Dopo la prova nel deserto Gesù tornò in Galilea e con la forza e la potenza dello Spirito Santo proclamava il Vangelo di Dio, invitando tutti a convertirsi e a credere nel Vangelo. Innanzitutto si recò a Cafarnao, dove ebbe altri due discepoli. Andrea e Giovanni, infatti, avevano chiamato i loro fratelli, Simone, fratello di Andrea, e Giacomo, fratello di Giovanni, e li avevano condotti da Gesù, che li aveva presi come propri discepoli. Gesù rivolse il suo sguardo a Simone e gli disse: "Tu sei Simone, figlio di Giovanni. Ora il tuo nome sarà Cefa", che significa Pietro. A Cafarnao, sotto gli occhi dei discepoli e anche della folla, Gesù operò anche molti miracoli. Dopodichè tornò a Nazaret, il paese dov'era cresciuto. Qui però la gente, dal cuore indurito, non gli permise di fare tanti miracoli. Il culmine dell'avversione contro Gesù da parte dei nazareni arrivò un Sabato: come al solito si era recato nella sinagoga e si era alzato per fare la lettura della Bibbia. Gli diedero il rotolo del profeta Isaia ed Egli, aprendolo, lesse ad alta voce la profezia: "Il Signore ha mandato il suo Spirito su di me, mi ha consacrato con l'unzione. Egli mi ha mandato per portare il lieto messaggio ai poveri, proclamare la liberazione ai prigionieri, donare la vista ai ciechi, liberare gli oppressi e annunciare l'amore del Signore". Quando ebbe finito di leggere, Gesù disse alla gente che aveva gli occhi fissi su di Lui: "Oggi, per voi che mi ascoltate, si realizza questa profezia". Molti furono irritati e cacciarono Gesù dalla città. Egli allora si rimise in cammino. Era l'inizio della vita pubblica di Gesù.

Gesù diceva, riferendosi alla sua cacciata da Nazaret: "Un profeta non è ben accetto nella sua patria", ed aveva proprio ragione. La più grande avversione la ebbe proprio in Galilea, a Nazaret, il paese dove era cresciuto, aveva giocato e ne aveva solcato le strade per trent'anni. Per questo i suoi concittadini erano abituati a vederlo come uno di loro, un falegname e basta, abbastanza buono, sì, ma con niente di speciale. Non capivano, nel loro cuore oscurato dall'egoismo e dall'invidia, cosa diceva veramente Gesù nella sinagoga, non capivano chi era veramente, non un fanfarone, ma Colui che portava la salvezza, non comprendevano neanche il grande dolore di Maria mentre assisteva a quella grande umiliazione del Suo Gesù. Lei, che conosceva la Verità, sapeva chi era e cosa faceva il Suo Gesù.

Intorno a Gesù cominciò a formarsi una piccola comunità di uomini che credevano che Lui fosse il Messia, il Salvatore inviato da Dio. Questa piccola comunità darà in seguito origine alla Chiesa. Gli Apostoli non furono scelti fra le persone ricche o colte, Gesù preferì gli umili e i semplici, che dovevano lavorare per guadagnarsi il pane quotidiano.

Alla fine gli Apostoli erano dodici. Gesù aveva scelto questo numero perchè era il numero perfetto d'Israele. Dodici erano infatti le tribù d'Israele, e dodici era considerato il numero perfetto perchè prodotto moltiplicando il 3, simbolo di perfezione, con il 4, il numero dei punti cardinali. E' come se questo numero stesse a significare "la perfezione su tutta la Terra". I Dodici di Gesù erano: Simone (Pietro), suo fratello Andrea, Giacomo e suo fratello Giovanni, evangelista e prediletto di Gesù, chiamati da Lui "Boanerghes", cioè "Figli del tuono" per il loro carattere irruento, Filippo, Bartolomeo, Tommaso, Levi detto Matteo, Giacomo figlio di Alfeo, Giuda Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, cioè abitante di Keriot, che poi tradì Gesù. Gli Apostoli dovevano ascoltare attentamente gli insegnamenti di Gesù per poterli raccontare a tutti.

Il bambino posizionò le dodici caselle sotto Gesù e mise loro una cornice rossa, tranne Giuda Iscariota, a cui mise una cornice nera, però non lo fece per giudicare Giuda se fosse buono o cattivo, come Gesù ci ha insegnato, sta male giudicare.

In questa prima piccola comunità che si formò intorno a Gesù non vi erano solo uomini, ma anche alcune donne, come Maria, la sua mamma, che lo seguiva nella sua predicazione. Il miracolo di Cana, che fu anche il primo miracolo di Gesù, ci fa capire l'importanza e la delicatezza della sua presenza.

Gesù opera cose buone e belle e ce lo fa capire con questo miracolo, perchè Egli ci vuole contenti. Gesù compie il suo primo miracolo su richiesta della madre e questo ci fa capire che attraverso la preghiera la nostra cara Madonnina può intercedere per noi verso il Figlio.

Altre donne che seguirono Gesù furono sua zia Maria di Cleofe, Maria Maddalena e Marta.

Se si ha un cuore aperto ad accogliere Gesù e fertile alla sua Parola, la chiamata a seguirlo è sempre viva, tanto che sembra di sentirne la sua voce. L'incontro con Gesù è contagioso e coinvolge sempre più. Non si riesce a rimanere indifferenti; Lui emana una bellezza che attira ed entusiasma. Gesù però non chiama con facili promesse: come per gli Apostoli, chi va con Lui conosce bene il prezzo da pagare, i rischi che corre e le difficoltà.

Per farsi capire da tutti, Gesù annunciava la Parola di Dio raccontando storie interessanti che riguardavano la vita quotidiana della gente semplice, come pescatori, contadini e pastori: le parabole. Con le parabole Gesù cercava di far capire cos'è il Regno di Dio e chi è Dio, ma cercava anche di far conoscere l'atteggiamento che Dio ha verso gli uomini e quale sia il corretto comportamento degli uomini verso Dio e verso il prossimo. La prima parabola che ci fa capire com'è Dio è la parabola della pecora smarrita (Lc 15, 4-7). Con questa parabola Gesù ci fa capire che Dio è come un pastore buono, spiegandoci così il suo atteggiamento verso i peccatori, che va a ricercare per riportarli a sè, come se fossero pecorelle smarrite, e, ritrovatili, li accoglie con grande gioia. Una parabola molto simile è quella della moneta perduta (Lc 15, 8-10), che ha lo stesso significato.
Un'altra parabola con un significato analogo è anche quella del figliol prodigo (Lc 15, 11-32). Capita spesso anche a noi di fare come il figlio minore della parabola raccontata da Gesù. Ci allontaniamo da Dio per fare ciò che ci piace, o meglio, quel che il mondo ci costringe a   vedere più bello e interessante, pensando di poter fare a meno del nostro Padre che è nei cieli e trovare la felicità in falsi idoli. Poi capita di scoprire che lontano da Lui si sta male, e in quel momento ci si accorge che tutto quello che sembrava stupendo ed essenziale alla nostra vita poco prima è in realta un mucchio di inutilità. Per fortuna c'è il Signore, che è un Padre buono e misericordioso e in qualsiasi momento ci aspetta a braccia aperte, basta pentirsi e andare da Lui per chiedergli perdono.
Ma nella parabola c'è anche un'altra figura, quella del fratello maggiore, che rappresenta tutti coloro che hanno sempre creduto di essere retti nel Signore, ma, invasi dalla superbia, non riescono ad accogliere gioiosamente coloro che si pentono e vogliono tornare alla casa del Padre, pensando solo a sè stessi, ai propri onori e valori, e non al bene degli altri.
Una parabola che riguarda il comportamento degli uomini verso il prossimo è quella del buon Samaritano (Lc 10, 25-37). Gesù raccontò questa parabola proprio quando un dottore della Legge volle metterlo alla prova. Gesù non ha separato i due amori di cui parla in questo episodio, verso Dio e verso il prossimo, perchè chi ama il prossimo, ama il Signore, e chi ama veramente Dio ama anche il prossimo.
Gesù inoltre non usa mai la Parola di Dio per polemica, neppure con quanti cercano di metterlo in difficoltà e tendergli un tranello. Semplicemente, come in questo caso, ha raccontato una parabola. Questa parabola spiega anche a noi oggi che potremmo incontrare persone bisognose del nostro aiuto, sia materiale che spirituale, e anche noi, come il buon Samaritano, dobbiamo tendere una mano senza guardare al colore della pelle, all'età, allo stato sociale, alla provenienza, se uomo o donna. Il Signore ci darà la ricompensa per ogni opera buona: un perdono, un aiuto, una elemosina, una parola santa.
Tra le persone che seguivano Gesù c'erano alcune che si sentivano brave e giuste e avevano la presunzione di giudicare gli altri. Allora Gesù raccontò la parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18, 10-14). Gesù con questa parabola ci insegna a non giudicare mai nessuno, perchè il peccato più grande è la superbia e sentirsi o credere di essere migliori degli altri. Solo Dio conosce il cuore di ogni suo figlio e Lui è sempre pronto a far festa per ogni peccatore pentito. Lasciamo quindi a Lui ogni giudizio, perchè è sempre il più giusto e il più vero. Per il resto tutti ci dobbiamo impegnare a far uscire dalla nostra bocca parole buone e caritatevoli. 

Gesù, attraverso la parabola del grano e della zizzania (Mt 13, 24-30), cerca di farci capire l'esistenza del Paradiso e dell'Inferno. Gesù stesso è il seminatore, che semina il buon seme; il campo è il mondo. Tra il buon seme però può crescere anche la zizzania, seminata dal demonio. In questa parabola la mietitura rappresenta la fine del mondo, dove il grano, ovvero i buoni, splenderanno con Gesù in Paradiso, e la zizzania, ovvero i cattivi, verranno gettati nel fuoco dell'Inferno. Non dimentichiamo mai, quindi, che ci sarà un momento in cui i buoni saranno premiati e i cattivi puniti. Perciò cogliamo ora l'occasione per cercare di essere grano e non zizzania, cioè facciamo il bene come Gesù ci dice e diamo in ogni occasione tutto il nostro altruismo attraverso un sorriso, una parola buona e anche il perdono. Una parabola molto simile è quella della rete da pesca (Mt 13, 47-48). Gesù, per far comprendere meglio il Regno dei Cieli, usò anche altre parabole, come quella del tesoro nascosto e quella della perla di grande valore (Mt 13, 44-45), in cui Gesù spiega che il Regno dei Cieli è la cosa più importante e come tutte le cose importanti va cercata e custodita. Infatti chi trova Gesù e lo segue è felice e non ha più bisogno di nient'altro, perchè ha trovato la vera ricchezza. Gesù, per far comprendere il Regno dei Cieli usò anche altre due parabole: quella del lievito e quella del granello di senape. Con queste parabole, Gesù ci spiega che all'inizio il Regno dei Cieli può sembrare una cosa molto piccola, ma, crescendo, diventa la cosa più grande e importante. Gesù spiega che le persone che appartengono al Regno dei Cieli sono coloro che fanno la volontà del Padre e obbedire a Dio non è facile, di fatto molti suoi figli non lo fanno. Tutti preferiscono la via più facile, perchè quella che ci indica Dio è difficile e angusta e ce lo fa capire in Mt 7, 13-14. Gesù invita tutti a seguirlo, ma non tutte le persone rispondono all'invito di Dio e ce lo racconta con la parabola del grande banchetto (Lc 14, 16- 24). Gesù è lo sposo che invita tutti, ma solo i cuori più umili e non attaccati ai beni terreni accolgono l'invito e partecipano al grande banchetto, mentre i ricchi non accettano l'invito, ma rimangono attaccati ai propri beni materiali o comunque a cose che hanno meno valore del regno di Dio. Gesù per questo raccontò la parabola del ricco stolto (Lc 12, 13-21). Gesù fa capire che il vero problema di alcuni ricchi consiste nel fatto che si preoccupano eccessivamente delle realtà materiali e di ciò di cui hanno bisogno e che desiderano, invece di occuparsi di ciò che è importante per Dio e per il prossimo. Lui non ce l'ha contro i ricchi, anzi fra le persone che seguivano Gesù e l'ascoltavano c'erano delle persone che erano ricche, ma mettevano a disposizione i loro beni. Così vale per noi, tutte le nostre ricchezze materiali, fisiche o mentali sono doni che il Signore ci ha dato per aiutare coloro che ne hanno bisogno.

C'è poi una parabola legata alla preghiera del Padre Nostro, che Gesù raccontò ai suoi discepoli, di nome l'amico arrivato a mezzanotte (Lc 11, 5-13). In questa parabola Gesù insegnò loro e a noi oggi di parlare con Dio come ad un padre amorevole, infatti Gesù insegnò loro a pregare con la bellissima preghiera del Padre Nostro. Gesù disse ai discepoli di pregare per essere aiutati e accompagnati dal Padre in questo cammino verso la salvezza, e ci insegna a pregare con insistenza, senza mai scoraggiarsi, perchè Dio è il nostro Padre buono, e vuole sempre il bene per i suoi figli. Noi figli dobbiamo amarlo e avere rispetto di Lui, perchè Egli è buono e giusto ed è per questo che bisogna fidarci di Lui. A Lui chiediamo di darci il pane quotidiano. A Lui chiediamo il perdono dei nostri peccati e a Lui chiediamo di allontanare dalla nostra vita il male. Gesù ci ricorda nella parabola che se noi chiediamo con insistenza e con fede, Egli ci esaudirà.

Inoltre Gesù ci ricorda che dobbiamo essere sempre pronti perchè nessuno sa quando Dio verrà attraverso la parabola delle dieci vergini (Mt 25, 1-13). Dobbiamo essere sempre pronti e attenti per entrare nel Regno dei Cieli per vivere gioiosamente con Lui.

Gesù semina la sua Parola nel nostro cuore ogni volta che si manifesta a noi. Se noi sappiamo ascoltarla e metterla in pratica, ella porterà buoni frutti. Proprio per questo, Gesù raccontò la parabola del seminatore (Lc 8, 4-15; Mt 13, 1-23; Mc 4, 1-20). In questa parabola il seminatore è Gesù, che sparge dappertutto il seme della sua Parola; i diversi tipi di terreno sono le persone che lo ascoltano. Non tutti i semi danno vita e frutti: c'è chi rimane decisamente chiuso alla sua Parola, le poche parole che "cadono" nel loro cuore vengono subito dimenticate, come se fossero mangiate dagli uccelli. Altri ascoltano la Parola del Signore, ma, non mettendola in pratica, questa Parola non possiede le basi forti della fede, così, alla prima tentazione, preoccupazione o sofferenza la fede svanisce, si secca. Nel cuore di altre persone, la Parola trova inizialmente un po' di spazio, ma col tempo viene soffocata dai troppi affanni e preoccupazioni, proprio come una piantina dalle spine e dalle erbacce. Ma alla fine ci sono anche uomini che accolgono pienamente la Parola e la vivono, anche se con risultati diversi, chi da più frutti e chi ne da' di meno, rispetto alle proprie capacità, ma Dio lo sa e non importa se uno da' 100 o se uno da' 10, importante che la sua Parola sia stata accolta e abbia dato buon frutto.

Il bambino continuò con entusiasmo a leggere il Vangelo e si trovò immerso nei miracoli. Ma cos'è un miracolo? Questa parola deriva dal latino "mirari", che significa "azione inspiegabile che desta meraviglia". Gesù, per annunciare la Parola di Dio, oltre che raccontare parabole, compiva anche azioni straordinarie, come ad esempio le guarigioni oppure gesti miracolosi. Molti sono stati guariti da Gesù. Egli però non voleva passare per uno dei tanti taumaturgi, ma voleva che i suoi miracoli fossero segni di amore, che aprissero alla fede e che facessero capire alla gente che egli era il Figlio di Dio.

Lui guarì un cieco dalla nascita come viene narrato in Gv 9, 1-7, creduto da tutti un peccatore, perchè a quel tempo si credeva che la cecità e la malattia fosse conseguenza di un peccato proprio o dei propri genitori. Gesù invece rifutò questo pregiudizio, Lui era venuto al mondo per portare la luce. Quindi passò subito all'azione: con un pò di terra e di saliva fece del fango e lo spalmò sugli occhi del cieco. Così Gesù ridiede la vista al cieco. Ma questa guarigione suscitò del malcontento tra i farisei, perchè Gesù aveva trasgredito il precetto del Sabato, alla fine sia Gesù che il cieco vennero cacciati, uno perchè aveva violato la legge, l'altro perchè, anche se guarito, era rimasto marchiato come peccatore dalla nascita. Il cieco guarito credette subito che Gesù fosse il Figlio di Dio.

Gesù è venuto a ridonare la vista a coloro che non credevano e che tutt'oggi presumono di essere sani e credono di poter vivere senza la sua Luce.

In Mc 2, 3-12, fra le varie guarigioni, ce n'è una un po' particolare, ovvero quella del paralitico. Quattro persone portarono un paralitico da Gesù, ma, non riuscendo ad entrare per la tanta folla che si era radunata nella casa dove si trovava, scoperchiarono il tetto e calarono la barella fin davanti a Gesù. Vista la loro fede, Gesù, prima della guarigione, disse al malato una frase sbalorditiva: "Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati". Gesù non disse subito: "Alzati, prendi la tua barella e va' a casa tua", ma prima stupì la folla con questa frase. Gli scribi così pensarono subito che bestemmiasse. Gesù volle prima di tutto guarire il cuore dell'uomo paralizzato, poichè a volte il male è causato dalla cattiveria umana che impedisce di camminare liberamente verso il bene. Gesù quindi lo aiutò a rialzarsi prima nello spirito e poi sulle gambe, per ricominciare una nuova esistenza verso la via del Signore.

Questo accade anche oggi, la cattiveria, l'invidia, la falsità ed altri peccati ci impediscono di camminare verso di Lui, ma la sua Parola è la grande forza che può guarire dal male per poterci rialzare e camminare in qualsiasi momento.

Nel Vangelo secondo Marco, Mc 1, 29-31, è narrato un piccolo episodio molto grazioso e pieno di significato. Gesù andò nella casa di Andrea e Simon Pietro, dove c'era la suocera di Pietro, che era a letto, malata con la febbre. Gesù la prese per mano e la sollevò, e la suocera di Pietro guarì. Così lei si mise a servirli.

Questo è un bellissimo episodio che quasi commuove, perchè anche noi siamo malati di una febbre fatta di una vita bella e illusiva senza Dio. Così anche a noi Gesù ci da' la sua mano per poterci risollevare e riconciliarci con Lui. Proprio per questo Gesù ci ha donato il sacramento della Riconciliazione. Egli ci dona sempre tutto il suo amore per vivere bene con Lui.

Nel Vangelo secondo Luca, Lc 17, 11-19, Gesù, durante un viaggio verso Gerusalemme, entrando in un villaggio, guarì dieci lebbrosi. Lo pregarono di guarirli, e Gesù disse loro di andare dai sacerdoti a farsi riconoscere come sani. I dieci andarono e durante il cammino si videro guariti. Solo uno di essi, però, un samaritano, tornò indietro a ringraziarlo, ma Gesù gli disse: "Alzati e va', la tua fede ti ha salvato!".

Il samaritano ebbe così una duplice guarigione, quella del corpo e quella del cuore, perchè si è lasciato toccare da Gesù. Mentre gli altri nove se ne sono andati come se tutto gli fosse dovuto, il samaritano invece ha saputo riconoscere questo miracolo come un dono e lo ha ringraziato, per questo Gesù ha detto: "La tua fede ti ha salvato". Questa espressione Gesù l'ha usata anche in un'altra guarigione, quella dell'emorroissa, che, toccando il suo mantello è stata guarita.

Anche per noi molte volte basta dire una semplice e piccola preghiera al Signore: "Grazie Gesù!"  Perchè anche se non ce ne accorgiamo, Lui compie tanti miracoli in noi e intorno a noi in ogni istante.

Gesù ha compiuto anche altri miracoli, cioè le resurrezioni dai morti. Egli restituì alla vedova di Nain il figlio unico di cui si celebrava il funerale, donò a Marta e Maria la gioia di avere ancora con loro il fratello Lazzaro. Gesù ci fa capire che solo Dio può far tornare dalla morte, e che Lui è amore e vita, per questo disse a Marta: "Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno". Lui ci invita sempre ad avere fede in Lui, perche è il Padre buono che ci ama e che vuole sempre il nostro bene e ci condurrà alla vita eterna per stare sempre con Gesù.

Gesù, oltre alle guarigioni, compì gesti miracolosi, manifesando tutto il suo splendore, come ad esempio la moltiplicazione dei pani e dei pesci, in cui, con cinque pani e due pesci, furono sfamati cinquemila uomini e altrettante donne e bambini. Tutti mangiarono e si saziarono e furono portate via anche dodici ceste. La gente però aveva capito male il messaggio di Gesù, infatti venne da Lui anche il giorno dopo, sperando di avere altro cibo gratis. Gesù invece insegnò che il vero pane che dà la vita non era quello materiale, ma il pane del cielo, che li avrebbe veramente sfamati. La gente, continuando a non capire, chiese a Gesù di questo pane, ed Egli disse: "Io sono il pane che dà la vita. Chi viene a me non avrà più fame e chi ha fede in me non avrà più sete".

Anche noi oggi ci nutriamo di questo pane, ed è questo il grande miracolo, l'Eucaristia. Ogni volta che noi riceviamo Gesù Eucaristia, Egli lascia il cielo per entrare nel nostro corpo e nutrirci del suo grande amore, e come allora avviene anche il miracolo della condivisione fraterna. Non solo questo pane d'amore basta per tutti, ma addirittura avanza. Questo miracolo servì anche per istruire i discepoli, infatti li preparò alla futura missione apostolica, cioè portare a tutti il nutrimento della Parola e dell'Amore di Dio.

IN COSTRUZIONE

                                                                                                   Giorgio*

                                                                                              *Giorgio è un bambino di 10 anni (nota della redazione)

 

 

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[GENEALOGIA DI GESU': un bambino e la Bibbia*  -  Inserita il 03/12/2011

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