Indicazioni liturgiche per il


TRIDUO PASQUALE

dalla Lettera Paschalis sollemnitatis della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti

(16 gennaio 1988)

 

III. IL TRIDUO PASQUALE IN GENERE



38. La chiesa celebra ogni anno i grandi misteri dell’umana redenzione dalla messa vespertina del giovedì nella cena del Signore, fino ai vespri della domenica di risurrezione. Questo spazio di tempo è chiamato giustamente il «triduo del crocifisso, del sepolto e del risorto»; 42 ed anche «triduo pasquale» perché con la sua celebrazione è reso presente e si compie il mistero della pasqua, cioè il passaggio del Signore da questo mondo al Padre. Con la celebrazione di questo mistero la chiesa, attraverso i segni liturgici e sacramentali, si associa in intima comunione con Cristo suo sposo.

39. È sacro il digiuno pasquale di questi due primi giorni del triduo, in cui, secondo la tradizione primitiva, la chiesa digiuna «perché lo sposo gli è stato tolto». 43 Nel venerdì della passione del Signore dovunque il digiuno deve essere osservato insieme con l’astinenza e si consiglia di prolungarlo anche al sabato santo, in modo che la chiesa, con l’animo aperto ed elevato, possa giungere alla gioia della domenica di risurrezione

40. È raccomandata la celebrazione comunitaria dell’ufficio della lettura e delle lodi mattutine nel venerdì della passione del Signore ed anche il sabato santo. Conviene che vi partecipi il vescovo, per quanto possibile nella chiesa cattedrale, con il clero e il popolo. 45
Questo ufficio, una volta chiamato «delle tenebre», conservi il dovuto posto nella devozione dei fedeli, per contemplare in pia meditazione la passione, morte e sepoltura del Signore, in attesa dell’annuncio della sua risurrezione.

41. Per compiere convenientemente le celebrazioni del triduo pasquale, si richiede un congruo numero di ministri e di ministranti, che devono essere accuratamente istruiti su ciò che dovranno compiere. I pastori abbiano cura di spiegare nel migliore dei modi ai fedeli il significato e la struttura dei riti che si celebrano e di prepararli a una partecipazione attiva e fruttuosa.

42. Il canto del popolo, dei ministri e del sacerdote celebrante riveste una particolare importanza nella celebrazione della settimana santa e specialmente del triduo pasquale, perché è più consono alla solennità di questi giorni e anche perché i testi ottengono maggiore forza quando vengono eseguiti in canto.
Le conferenze episcopali, se già non vi abbiano provveduto, sono invitate a proporre melodie per i testi e le acclamazioni, che dovrebbero essere eseguite sempre con il canto. Si tratta dei seguenti testi:

a) l’orazione universale il venerdì santo nella passione del Signore; l’invito del diacono, se viene fatto, o l’acclamazione del popolo;
b) i testi per mostrare e adorare la croce;
c) le acclamazioni nella processione con il cero pasquale e nello stesso «preconio», l’«Alleluia» responsoriale, le litanie dei santi e l’acclamazione dopo la benedizione dell’acqua.

I testi liturgici dei canti, destinati a favorire la partecipazione del popolo, non vengano omessi con facilità; le loro traduzioni in lingua volgare siano accompagnate dalle rispettive melodie. Se ancora non sono disponibili questi testi in lingua volgare per una liturgia cantata, nel frattempo vengano scelti altri testi simili ad essi. Si provveda opportunamente a redigere un repertorio proprio per queste celebrazioni, da adoperarsi soltanto durante il loro svolgimento. In particolar modo siano proposti:

a) i canti per la benedizione e processione delle palme e per l’ingresso nella chiesa;
b) i canti per la processione dei sacri oli;
c) i canti per accompagnare la processione delle offerte nella messa nella cena del Signore e l’inno per la processione, con cui si trasporta il santissimo sacramento nella cappella della reposizione;
d) le risposte dei salmi nella veglia pasquale e i canti per l’aspersione con l’acqua.

Siano preparate melodie adatte a facilitare il canto per i testi della storia della passione, del «preconio» pasquale e della benedizione con l’acqua battesimale.
Nelle chiese maggiori venga adoperato il tesoro abbondante della musica sacra sia antica che moderna; sempre però sia assicurata la debita partecipazione del popolo.

43. È molto conveniente che le piccole comunità religiose sia clericali sia non clericali e le altre comunità laicali prendano parte alle celebrazioni del triduo pasquale nelle chiese maggiori. 46
Similmente, qualora in qualche luogo risulti insufficiente il numero dei partecipanti, dei ministranti e dei cantori, le celebrazioni del triduo pasquale vengano omesse e i fedeli si radunino insieme in qualche chiesa più grande.
Anche dove più parrocchie piccole sono affidate a un solo presbitero è opportuno che, per quanto possibile, i loro fedeli si riuniscano nella chiesa principale per partecipare alle celebrazioni.
Per il bene dei fedeli, dove al parroco è affidata la cura pastorale di due o più parrocchie, nelle quali i fedeli partecipano numerosi e possono svolgersi le celebrazioni con la dovuta cura e solennità, gli stessi parroci possono ripetere le celebrazioni del triduo pasquale, nel rispetto di tutte le norme stabilite. 47
Affinché gli alunni dei seminari possano «vivere il mistero pasquale di Cristo così da saper iniziare ad esso il popolo che sarà loro affidato», 48 è necessario che essi ricevano una piena e completa formazione liturgica. È molto opportuno che gli alunni, durante gli anni della loro preparazione nel seminario, facciano esperienza delle forme più ricche di celebrazione delle feste pasquali, specialmente di quelle presiedute dal vescovo.49

IV. LA MESSA VESPERTINA DEL GIOVEDÌ SANTO NELLA CENA DEL SIGNORE




44. «Con la messa celebrata nelle ore vespertine del giovedì santo, la chiesa dà inizio al triduo pasquale e ha cura di far memoria di quell’ultima cena in cui il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, amando sino alla fine i suoi che erano nel mondo, offrì a Dio Padre il suo corpo e sangue sotto le specie del pane e del vino e li diede agli apostoli in nutrimento e comandò loro e ai loro successori nel sacerdozio di farne l’offerta» 50

45. Tutta l’attenzione dell’anima deve rivolgersi ai misteri che in questa messa soprattutto vengono ricordati: cioè l’istituzione dell’eucaristia, l’istituzione dell’ordine sacerdotale e il comando del Signore sulla carità fraterna: tutto ciò venga spiegato nell’omelia.

46. La messa nella cena del Signore si celebra nelle ore vespertine, nel tempo più opportuno per una piena partecipazione di tutta la comunità locale. Tutti i presbiteri possono concelebrarla, anche se hanno già concelebrato in questo giorno la messa del crisma, oppure se sono tenuti a celebrare un’altra messa per il bene dei fedeli. 51

47. Nei luoghi in cui sia richiesto da motivi pastorali, l’ordinario del luogo può concedere la celebrazione di un’altra messa nelle chiese o oratori, nelle ore vespertine e, nel caso di vera necessità, anche al mattino, ma soltanto per i fedeli che non possono in alcun modo prendere parte alla messa vespertina. Si eviti tuttavia che queste celebrazioni si facciano in favore di persone private o di piccoli gruppi particolari e che non costituiscano un ostacolo per la messa principale.
Secondo un’antichissima tradizione della chiesa, in questo giorno sono vietate tutte le messe senza il popolo. 52

48. Prima della celebrazione il tabernacolo deve essere vuoto. 53 Le ostie per la comunione dei fedeli vengano consacrate nella stessa celebrazione della messa. 54 Si consacri in questa messa pane in quantità sufficiente per oggi e per il giorno seguente.

49. Si riservi una cappella per la custodia del santissimo sacramento e la si orni in modo conveniente, perché possa facilitare l’orazione e la meditazione: si raccomanda il rispetto di quella sobrietà che conviene alla liturgia di questi giorni, evitando o rimuovendo ogni abuso contrario. 55
Se il tabernacolo è collocato in una cappella separata dalla navata centrale, conviene che in essa venga allestito il luogo per la reposizione e l’adorazione.

50. Durante il canto dell’inno «Gloria a Dio» si suonano le campane. Terminato il canto, non si suoneranno più fino alla veglia pasquale, secondo le consuetudini locali; a meno che la conferenza episcopale o l’ordinario del luogo non stabilisca diversamente, secondo l’opportunità. 56 Durante questo tempo l’organo e gli altri strumenti musicali possono usarsi soltanto per sostenere il canto. 57

51. La lavanda dei piedi, che per tradizione viene fatta in questo giorno ad alcuni uomini scelti, sta a significare il servizio e la carità di Cristo, che venne «non per essere servito, ma per servire». 58 E bene che questa tradizione venga conservata e spiegata nel suo significato proprio.

52. Durante la processione delle offerte, mentre il popolo canta l’inno «Dov’è carità e amore», possono essere presentati i doni per i poveri, specialmente quelli raccolti nel tempo quaresimale come frutti di penitenza. 59)

53. Per gli infermi che ricevono la comunione in casa, è più opportuno che l’eucaristia, presa dalla mensa dell’altare al momento della comunione sia a loro portata dai diaconi o accoliti o ministri straordinari, perché possano così unirsi in maniera più intensa alla chiesa che celebra.

54. Terminata l’orazione dopo la comunione, si forma la processione che, attraverso la chiesa, accompagna il santissimo sacramento al luogo della reposizione. Apre la processione il crocifero; si portano le candele accese e l’incenso. Intanto si canta l’inno «Pange lingua» o un altro canto eucaristico. 60 La processione e la reposizione del santissimo sacramento non sì possono fare in quelle chiese in cui il venerdì santo non si celebra la passione del Signore. 61

55. Il Sacramento venga custodito in un tabernacolo chiuso. Non si può mai fare l’esposizione con l’ostensorio.

Il tabernacolo o custodia non deve avere la forma di un sepolcro. Si eviti il termine stesso di «sepolcro»: infatti la cappella della reposizione viene allestita non per rappresentare «la sepoltura del Signore», ma per custodire il pane eucaristico per la comunione, che verrà distribuita il venerdì nella passione del Signore.

56. Si invitino i fedeli a trattenersi in chiesa, dopo la messa nella cena del Signore, per un congruo spazio di tempo nella notte, per la dovuta adorazione al santissimo sacramento solennemente lì custodito in questo giorno. Durante l’adorazione eucaristica protratta può essere letta qualche parte del Vangelo secondo Giovanni (cc. 13-17).
Dopo la mezzanotte si faccia l’adorazione senza solennità, dal momento che ha già avuto inizio il giorno della passione del Signore. 62

57. Terminata la messa viene spogliato l’altare della celebrazione. E bene coprire le croci della chiesa con un velo di colore rosso o violaceo, a meno che non siano state già coperte il sabato prima della domenica V di quaresima. Non possono accendersi le luci davanti alle immagini dei santi.

V. IL VENERDÌ NELLA PASSIONE DEL SIGNORE




58. In questo giorno in cui «Cristo nostra pasqua è stato immolato», 63 la chiesa con la meditazione della passione del suo Signore e sposo e con l’adorazione della croce commemora la sua origine dal fianco di Cristo, che riposa sulla croce, e intercede per la salvezza di tutto il mondo.

59. In questo giorno la chiesa, per antichissima tradizione, non celebra l’eucaristia; la santa comunione viene distribuita ai fedeli soltanto durante la celebrazione della passione del Signore; ai malati, che non possono prendere parte a questa celebrazione, si può portare la comunione in qualunque ora del giorno. 64

60. Il venerdì della passione del Signore è giorno di penitenza obbligatoria in tutta la chiesa, da osservarsi con l’astinenza e il digiuno. 65

61. In questo giorno sono strettamente proibite le celebrazioni dei sacramenti, eccetto quelli della penitenza e dell’unzione degli infermi. 66 Le esequie siano celebrate senza canto e senza il suono dell’organo e delle campane.

62. Si raccomanda che l’ufficio della lettura e le lodi mattutine di questo giorno siano celebrati nelle chiese con la partecipazione del popolo (cf. n. 40).

63. Si faccia la celebrazione della passione del Signore nelle ore pomeridiane e specificamente circa le ore tre del pomeriggio. Per motivi pastorali si consiglia di scegliere l’ora più opportuna, in cui è più facile riunire i fedeli: per es. da mezzogiorno o in ore più tarde, non oltre però le ore ventuno. 67

64. Si rispetti religiosamente e fedelmente la struttura dell’azione liturgica della passione del Signore (liturgia della parola, adorazione della croce e santa comunione), che proviene dall’antica tradizione della chiesa. A nessuno è lecito apportarvi cambiamenti di proprio arbitrio.

65. Il sacerdote e i ministri si recano all’altare in silenzio, senza canto. Se vengono dette parole di introduzione, ciò sia fatto prima dell’ingresso dei ministri.
Il sacerdote e i ministri, fatta la riverenza all’altare, si prostrano in terra: tale prostrazione, come rito proprio di questo giorno, si conservi con cura, per il significato che assume di un’umiliazione dell’«uomo terreno» 68 e della mestizia dolorosa della chiesa.
Durante l’ingresso dei ministri i fedeli rimangono in piedi. Quindi anche loro si inginocchiano e pregano in silenzio.

66. Le letture siano proclamate integralmente. Il salmo responsoriale e il canto al Vangelo vengono eseguiti nel modo consueto. La storia della passione del Signore secondo Giovanni si canta o si legge come nella domenica precedente (cf. n. 33). Terminata la storia della passione, si faccia l’omelia. Alla fine di essa i fedeli possono essere invitati a sostare per breve tempo in meditazione. 69

67. Si faccia la preghiera universale secondo il testo e la forma tramandati dall’antichità, in tutta la prevista ampiezza di intenzioni, per il significato che essa ha di espressione della potenza universale della passione di Cristo, appeso sulla croce per la salvezza di tutto il mondo. In caso di grave necessità pubblica l’ordinario del luogo può permettere o stabilire che si aggiunga una speciale intenzione. 70
È consentito al sacerdote scegliere, tra le intenzioni proposte nel messale, quelle più adatte alle condizioni del luogo, purché venga rispettata la successione delle intenzioni, indicata di solito per la preghiera universale. 71

68. La croce da mostrare al popolo sia sufficientemente grande e di pregio artistico. Per questo rito si scelga la prima o la seconda formula indicata nel messale. Tutto questo rito si compia con lo splendore di dignità che conviene a tale mistero della nostra salvezza: sia l’invito fatto nel mostrare la santa croce che la risposta data dal popolo si eseguano con il canto. Non si ometta il silenzio riverente dopo ciascuna prostrazione, mentre il sacerdote celebrante rimane in piedi tenendo elevata la croce.

69. Si presenti la croce all’adorazione di ciascun fedele, perché l’adorazione personale della croce è un elemento molto importante in questa celebrazione. Si adoperi il rito dell’adorazione fatta da tutti contemporaneamente solo nel caso di un’assemblea molto numerosa.72
Per l’adorazione si presenti un’unica croce, nel rispetto della verità del segno. Durante l’adorazione della croce si cantino le antifone, i «Lamenti del Signore» e l’inno, che ricordano in modo lirico la storia della salvezza,73 oppure altri canti adatti (cf. n. 42).

70. Il sacerdote canta l’invito alla preghiera del Signore che tutti eseguono con il canto. Non si dà il segno della pace.
La comunione si distribuisce secondo il rito descritto nel messale. Durante la comunione si può cantare il salmo 21 o un altro canto adatto. Finita la distribuzione della comunione si porta la pisside nel luogo già preparato fuori della chiesa.

71. Dopo la celebrazione si procede alla spogliazione dell’altare, lasciando però la croce con quattro candelieri. Si prepari in chiesa un luogo adatto (per es. la cappella di reposizione dell’eucaristia nel giovedì santo), ove collocare la croce del Signore, che i fedeli possano adorare e baciare e dove ci si possa trattenere in meditazione.

72. Per la loro importanza pastorale, non siano trascurati i pii esercizi, come la «via crucis», le processioni della passione e la memoria dei dolori della beata vergine Maria. I testi e i canti di questi pii esercizi siano in armonia con lo spirito liturgico. L’orario dei pii esercizi e quello della celebrazione liturgica siano composti in modo tale che l’azione liturgica risulti di gran lunga superiore per sua natura a tutti questi esercizi. 74

VI. IL SABATO SANTO




73. Il sabato santo la chiesa sosta presso il sepolcro del Signore, meditando la sua passione e morte, la discesa agli inferi 75 e aspettando nella preghiera e nel digiuno la sua risurrezione. È molto raccomandata la celebrazione dell’ufficio della lettura e delle lodi mattutine con la partecipazione del popolo (cf. n. 40). 76 Dove ciò non è possibile, sia prevista una celebrazione della parola di Dio o un pio esercizio rispondente al mistero di questo giorno.

74. Possono essere esposte nella chiesa per la venerazione dei fedeli l’immagine del Cristo crocifisso o deposto nel sepolcro o un’immagine della sua discesa agli inferi, che illustra il mistero del sabato santo; ovvero l’immagine della beata Maria vergine addolorata.

75. Oggi la chiesa si astiene del tutto dal celebrare il sacrificio della messa.77 La santa comunione si può dare soltanto in forma di viatico. Si rifiuti la celebrazione delle nozze e degli altri sacramenti, eccetto quelli della penitenza e dell’unzione degli infermi.

76. I fedeli siano istruiti sulla natura particolare del sabato 87 santo. 78 Le consuetudini e tradizioni di festa collegate con questo giorno per la celebrazione pasquale una volta anticipata al sabato santo, si riservino per la notte e il giorno di pasqua.

VII. LA DOMENICA Dl PASQUA NELLA RISURREZIONE DEL SIGNORE

 

A) LA VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA



77. Per antichissima tradizione questa notte è «in onore del Signore» 79 e la veglia che in essa si celebra commemorando la notte santa in cui Cristo è risorto è considerata come «madre di tutte le sante veglie». 80 In questa veglia infatti la chiesa rimane in attesa della risurrezione del Signore e la celebra con i sacramenti dell’iniziazione cristiana 81

1. Significato della caratteristica notturna della veglia pasquale

78. «L’intera celebrazione della veglia pasquale si svolge di notte; essa quindi deve o cominciare dopo l’inizio della notte o terminare prima dell’alba della domenica». 82 Tale regola è di stretta interpretazione. Gli abusi e le consuetudini contrarie, che talvolta si verificano, così da anticipare l’ora della celebrazione della veglia pasquale nelle ore in cui di solito si celebrano le messe prefestive della domenica, non possono essere ammessi. 83
Le motivazioni addotte da alcuni per anticipare la veglia pasquale, come ad es. l’insicurezza pubblica, non sono fatte valere nel caso della notte di natale o per altri convegni che si svolgono di notte.

79. La veglia pasquale, in cui gli ebrei attesero di notte il passaggio del Signore che li liberasse dalla schiavitù del faraone,fu da loro osservata come memoriale da celebrarsi ogni anno; era la figura della futura vera pasqua di Cristo, cioè della notte della vera liberazione, in cui «Cristo, spezzando i vincoli della morte, risorge vincitore dal sepolcro». 84

80. Fin dall’inizio la chiesa ha celebrato la pasqua annuale, solennità delle solennità con una veglia notturna. Infatti la risurrezione di Cristo è fondamento della nostra fede e della nostra speranza e per mezzo del battesimo e della cresima siamo stati inseriti nel mistero pasquale di Cristo: morti, sepolti e risuscitati con lui, con lui anche regneremo. 85
Questa veglia è anche attesa escatologica della venuta del Signore. 86



2. La struttura della veglia pasquale e l’importanza dei suoi elementi e delle sue parti

81. La veglia si svolge in questo modo: dopo il «lucernario» e il «preconio» pasquale (prima parte della veglia), la santa chiesa medita «le meraviglie» che il Signore ha compiuto per il suo popolo fin dall’inizio (seconda parte o liturgia della parola), fino al momento in cui, con i suoi membri rigenerati nel battesimo (terza parte), viene invitata alla mensa, che il Signore ha preparato al suo popolo, memoriale della sua morte e risurrezione, in attesa della sua venuta (quarta parte) 87
Questa struttura dei riti non può da nessuno essere cambiata arbitrariamente.

82. La prima parte comprende azioni simboliche e gestì, che devono essere compiuti con una tale ampiezza e nobiltà, che i fedeli possano veramente apprenderne il significato, suggerito dalle monizioni e dalle orazioni liturgiche.
Per quanto possibile, si prepari fuori della chiesa in luogo adatto il rogo per la benedizione del nuovo fuoco, la cui fiamma deve essere tale da dissipare veramente le tenebre e illuminare la notte.
Nel rispetto della verità del segno, si prepari il cero pasquale fatto di cera, ogni anno nuovo, unico, di grandezza abbastanza notevole, mai fittizio, per poter rievocare che Cristo è la luce del mondo. Venga benedetto con i segni e le parole indicati nel messale o altri approvati dalle conferenze episcopali. 88

83. La processione, con cui il popolo fa ingresso nella chiesa, deve essere guidata dalla sola luce del cero pasquale. Come i figli di Israele erano guidati di notte dalla colonna di fuoco, così i cristiani a loro volta seguono il Cristo che risorge. Nulla vieta che a ciascuna risposta «Rendiamo grazie a Dio» si aggiunga qualche acclamazione in onore di Cristo.
La luce del cero pasquale viene propagata gradualmente alle candele, opportunamente portate in mano da tutti, con le lampade elettriche ancora spente.

84. Il diacono annunzia il «preconio» pasquale, che in forma di grande poema lirico proclama tutto il mistero pasquale inserito nell’economia della salvezza. Se necessario, in mancanza del diacono, qualora anche il sacerdote celebrante non possa proclamarlo venga affidato a un cantore. Le conferenze episcopali possono apportare adattamenti a questo «preconio» per mezzo di alcune acclamazioni del popolo in esso inserite. 89

85. Le letture della sacra Scrittura formano la seconda parte della veglia. Esse descrivono gli avvenimenti culminanti della storia della salvezza, che i fedeli devono poter serenamente meditare nel loro animo attraverso il canto del salmo responsoriale, il silenzio e l’orazione del celebrante.
Il rinnovato rito della veglia comprende sette letture dell’Antico Testamento prese dai libri della legge e dei profeti, le quali per lo più sono state accettate dall'antichissima tradizione sia dell’oriente che dell’occidente; e due letture dal Nuovo Testamento, prese dalle lettere degli apostoli e dal VangelO. Così la chiesa «cominciando da Mosè e da tutti i profeti» 90 interpreta il mistero pasquale di Cristo. Pertanto tutte le letture siano lette, dovunque sia possibile, in modo da rispettare completamente la natura della veglia pasquale, che esige il tempo dovuto.
Tuttavia dove le circostanze di natura pastorale richiedono di diminuire ulteriormente il numero delle letture, se ne leggano almeno tre dall’Antico Testamento, cioè dai libri della legge e dei profeti; non venga mai omessa la lettura del cap. 14 dell’Esodo con il suo cantico. 91

86. Il significato tipologico dei testi dell’Antico Testamento si fonda nel Nuovo, e si rende manifesto con l’orazione pronunciata dal sacerdote celebrante dopo le singole letture; gioverà anche introdurre i fedeli, con una breve monizione, a comprenderne il significato. Tale monizione può essere fatta o dallo stesso sacerdote o dal diacono.
Le commissioni liturgiche nazionali o diocesane avranno cura di preparare gli opportuni sussidi in aiuto ai pastori.
Dopo la lettura segue il canto del salmo con la risposta data dal popolo.
In questo ripetersi delle parti si conservi un ritmo, che possa favorire la partecipazione e la devozione dei fedeli. 92 Si eviti con attenzione di introdurre canzoncine popolari al posto dei salmi.

87. Terminate le letture dell’Antico Testamento si canta l’inno «Gloria a Dio», vengono suonate le campane secondo le consuetudini locali, si pronuncia l’orazione colletta e si passa alle letture del Nuovo Testamento. Si legge l’esortazione dell’apostolo sul battesimo come inserimento nel mistero pasquale di Cristo.
Quindi tutti si alzano: il sacerdote intona per tre volte l’«Alleluia», elevando più in alto gradualmente la voce, mentre il popolo a sua volta lo ripete. 93 Se necessario, il salmista o un cantore intona l’«Alleluia», che il popolo prosegue intercalando l’acclamazione tra i versetti del salmo 117, tante volte citato dagli apostoli nella predicazione pasquale. 94 Finalmente sì annuncia con il Vangelo la risurrezione del Signore, quale culmine di tutta la liturgia della Parola. Non si ometta di fare l’omelia, per quanto breve, dopo il Vangelo.

88. La terza parte della veglia è costituita dalla liturgia battesimale. Ora viene celebrata nel sacramento la pasqua di Cristo e nostra. Ciò può essere espresso in maniera completa in quelle chiese che hanno il fonte battesimale, e soprattutto quando avviene l’iniziazione cristiana di adulti o almeno si celebra il battesimo dei bambini. 95 Anche nel caso che manchino i battezzandi, nelle chiese parrocchiali sì faccia almeno la benedizione dell’acqua battesimale. Quando questa benedizione non si celebra al fonte battesimale ma nel presbiterio, in un secondo momento l’acqua battesimale sia portata al battistero, dove sarà conservata per tutto il tempo pasquale. 96 Dove invece non vi sono i battezzandi né si deve benedire il fonte, la memoria del battesimo si fa nella benedizione dell’acqua, con cui si asperge il popolo. 97

89. Segue quindi la rinnovazione delle promesse battesimali, introdotta con una monizione dal sacerdote celebrante. I fedeli in piedi, e con le candele accese in mano, rispondono alle interrogazioni. Poi vengono aspersi con l’acqua: in tal modo gesti e parole ricordano loro il battesimo ricevuto. Il sacerdote celebrante asperge il popolo passando per la navata della chiesa, mentre tutti cantano l’antifona «Ecco l’acqua» o un altro canto di carattere battesimale. 98

90. La celebrazione dell’eucaristia forma la quarta parte della veglia e il suo culmine, essendo in modo pieno il sacramento della pasqua, cioè memoriale del sacrificio della croce e presenza del Cristo risorto, completamento dell’iniziazione cristiana, pregustazione della pasqua eterna.

91. Si raccomanda di non celebrare in fretta la liturgia eucaristica; al contrario conviene che tutti i riti e tutte le parole raggiungano la massima forza di espressione: la preghiera universale, mediante la quale i neofiti, divenuti fedeli, esercitano per la prima volta il loro sacerdozio regale; 99 la processione offertoriale, con la partecipazione dei neofiti, se questi sono presenti; la preghiera eucaristica prima, seconda o terza fatta in canto, con i rispettivi embolismi; 100 infine la comunione eucaristica, come momento di piena partecipazione al mistero celebrato. Alla comunione è opportuno cantare il salmo 117 con l’antifona «Cristo nostra pasqua», o il salmo 33 con l’antifona «Alleluia, alleluia, alleluia», o un altro canto di giubilo pasquale.

92. E desiderabile che sia raggiunta la pienezza del segno eucaristico con la comunione della veglia pasquale, ricevuta sotto le specie del pane e del vino. Gli ordinari dei luoghi sapranno valutare l’opportunità di questa concessione e le circostanze che l'accompagnano. 101)



3. Alcune avvertenze pastorali

93. La liturgia della veglia pasquale sia compiuta in modo di poterne offrire al popolo cristiano la ricchezza dei riti e delle orazioni; è importante che sia rispettata la verità dei segni, che sia favorita la partecipazione dei fedeli, che venga assicurata nella celebrazione la presenza dei ministranti, dei lettori e della «schola» dei cantori.

94. È auspicabile che talvolta venga prevista la riunione nella stessa chiesa di più comunità, quando per la vicinanza delle chiese o per lo scarso numero dei partecipanti non possa aversi una celebrazione completa e festiva.
Si favorisca la partecipazione dei gruppi particolari alla celebrazione della veglia pasquale, in cui tutti i fedeli, riuniti insieme, possano sperimentare in modo più profondo il senso di appartenenza alla stessa comunità ecclesiale.
I fedeli che a motivo delle vacanze sono assenti dalla propria parrocchia, siano invitati a partecipare alla celebrazione liturgica nel luogo dove si trovano.

95. Nell’annunziare la veglia pasquale si abbia cura dì non presentarla come ultimo momento del sabato santo. Si dica piuttosto che la veglia pasquale viene celebrata «nella notte di pasqua», come un unico atto di culto. Si avvertono i pastori di insegnare con cura nella catechesi ai fedeli l’importanza di prendere parte a tutta la veglia pasquale. 102

96. Per una migliore celebrazione della veglia pasquale si richiede che gli stessi pastori acquisiscano una conoscenza più profonda sia dei testi che dei riti, per poter impartire una vera mistagogia.

B) IL GIORNO DI PASQUA





97. Si celebri la messa del giorno di pasqua con grande solennità. È opportuno oggi compiere l’aspersione dell’acqua, benedetta nella veglia, come atto penitenziale. Durante l’aspersione si canti l’antifona «Ecco l’acqua», o un altro canto di carattere battesimale. I vasi che si trovano all’ingresso della chiesa vengano riempiti con la stessa acqua.

98. Si conservi, dove già è in vigore, o secondo l’opportunità si instauri, la tradizione di celebrare nel giorno di pasqua i vespri battesimali, durante i quali al canto dei salmi si fa la processione al fonte. 103

99. Il cero pasquale, da collocare presso l’ambone o vicino all’altare, rimanga acceso almeno in tutte le celebrazioni liturgiche più solenni di questo tempo, sia nella messa, sia a lodi e vespri, fino alla domenica di pentecoste. Dopo di questa il cero viene conservato con il dovuto onore nel battistero, per accendere alla sua fiamma le candele dei neo-battezzati nella celebrazione del battesimo. Nella celebrazione delle esequie il cero pasquale sia collocato accanto al feretro, ad indicare che la morte è per il cristiano la sua vera pasqua.
Non si accenda il cero pasquale fuori del tempo di pasqua né venga conservato nel presbiterio. 104


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42 Cf. S.Congregazione dei Riti, Decreto “Maxima Redemptionis nostrae mysteria”, 16 novembre 1955, AAS 47 (1955) 858; S.Agostino, Ep.55,24: PL 35,215.

43 Cf. Mc , 19-20; Tertulliano, “De ieiunio adversus psychicos”, 2 et 13, Corpus Christianorum II, p.1271.

44 Cf. Caeremoniale Episcoporum, n.295; Conc.Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia “Sacrosanctum Concilium”, n.110.

45 Cf. Ivi, n.296; “Principi e norme per la Liturgia delle Ore”, n.210.

46 Cf. S.Congregazione dei Riti, Istruzione «Eucharisticum mysterium», 25 maggio 1967, n.26, AAS 59 (1967) 558. N.B. E’ bene che nei monasteri femminili la celebrazione del Triduo pasquale si svolga, nella stessa chiesa del monastero, con la maggiore solennità possibile.

47 Cf. S.Congregazione dei Riti “Ordinationes et declarationes circa Ordinem hebdomadae sanctae instauratum”, 1 febbraio 1957, n.21, AAS 49 (1957) 91-95.

48 Conc.Vaticano II, Decreto dei institutione sacerdotali “Optatam totius”, n.8.

49 Cf. S.Congregazione per l’Educazione Cattolica, Istruzione “De institutione liturgica in seminariis”, 17 maggio 1979, nn.15,33.

50 Cf. Caeremoniale Episcoporum, n.297.

51 Cf. Messale Romano, Messa vespertina nella cena del Signore.

52 Cf. Ivi.

53 Cf. Ivi, n.1

54 Cf. Conc.Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia “Sacrosanctum Concilium”, n.55; S.Congregazione dei Riti, Istruzione “Eucharisticum mysterium”, 25 maggio 1967, n.31, AAS 59 (1967) 557-558.

55 S.Congregazione dei Riti, Decreto “Maxima redemptionis nostrae mysteria”, 16 novembre 1955, n.9, AAS 47 (1955) 845.

56 Cf. Messale Romano, Messa vespertina nella Cena del Signore, n.3.

57 Cf. Caeremoniale Episcoporum, n.303.

58 Cf. Mt 20,28.

59 Caeremoniale Episcoporum, n.303.

60 Cf. Messale Romano, Messa vespertina nella cena del Signore, nn.15-16.

61 Cf. S.Congregazione dei Riti, “Declaratio” del 15 marzo 1956, n.3, AAS 48 (1956) 153; S.Congregazione dei Riti “Ordinationes et declarationes circa Ordinem hebdomadae sanctae instauratum”, 1 febbraio 1957, n.14, AAS 49 (1957) 93.

62 Cf. Messale Romano, Messa vespertina nella Cena del Signore, n.21; S.Congregazione dei Riti, Decreto “Maxima redemptionis nostrae mysteria”, 16 novembre 1955, nn. 8-10, AAS 47 (1955) 845.

63 1Cor 5,7.

64 Cf. Messale Romano, Venerdì Santo nella Passione del Signore, nn.1, 3.

65 Cf. Paolo VI, Costituzione Apostolica “Paenitemini”, II, 2, AAS 58 (1966) 183; Codice di Diritto Canonico, can. 1251.

66 Cf. Messale Romano, Venerdì Santo nella Passione del Signore, n.1; Congregazione per il Culto Divino, Declaratio “ad Missale Romanum”, in Notitiae 13 (1977) 602.

67 Cf. Ivi, n.3; S.Congregazione dei Riti “Ordinationes et Declarationes circa Ordinem hebdomadae sanctae instauratum”, 1 febbraio 1957, n.15, AAS 49 (1957) 94.

68 Ivi, n.5, seconda orazione.

69 Ivi, n.9; Caeremoniale Episcoporum, n.319.

70 Cf. Ivi, n.12.

71 Cf. Messale Romano, “Principi e norme per l’uso del Messale Romano”, n.46.

72 Cf. Messale Romano, Venerdì Santo nella Passione del Signore, n.19.

73 Cf. Michea 6,3-4.

74 Cf. Conc.Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia “Sacrosanctum Concilium”, n.13.

75 Cf. Messale Romano, Sabato Santo; cf. Simbolo degli Apostoli; 1Pt 3,19.

76 Cf. “Principi e Norme per la Liturgia delle Ore”, n.210.

77 Messale Romano, Sabato Santo.

78 S.Congregazione dei Riti, Decreto “Maxima Redemptionis nostrae mysteria”, 16 novembre 1955, n.2, AAS 47 (1955) 843.

79 Es 12,42.

80 S.Agostino, Sermo 219, PL 38, 1088.

81 Caeremoniale Episcoporum n.332.

82 Ivi, n.333; Messale Romano, Veglia pasquale, n.3.

83 S.Congregazione dei Riti, Istruzione “Eucharisticum mysterium”, 25 maggio 1967, n.28, AAS 59 (1967) 556-557.

84 Messale Romano, Veglia pasquale, n.19, Annunzio pasquale.

85 Cf. Conc.Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia “Sacrosanctum Concilium”, n.6; cf. Rm 6,3-6; Ef 2,5-6; Col 2,12-13; 2Tim 2,11-12.

86 «Illam noctem agimus vigilando quia Dominus resurrexit et illam vitam… ubi nec mors ulla nec somnus est, in sua carne nobis incohavit; quam sic excitavit a mortuis ut iam non moriatur nec mors ei ultra dominetur… Proinde cui resurgenti paulo diutius vigilando concinumus, praestabit ut cum illo sine fine vivendo regnemus»: S.Augustinus, Sermo Guelferbytan, 5,4: PLS 2.552.

87 Cf. Messale Romano, Veglia pasquale, n.2.

88 Cf. Ivi, nn.10-12.

89 Cf. Ivi, n.17.

90 Lc 24,27: cf. Lc 24, 44-45.

91 Cf. Messale Romano, Veglia pasquale, n.21.

92 Cf. Ivi, n.23

93 Cf. Caeremoniale Episcoporum, n.352.

94 Cf. At 4,11-12; Mt 21,42; Mc 12,10; Lc 20,17.

95 Cf. Rito del battesimo dei bambini, n.6.

96 Cf. Messale Romano, Veglia pasquale, n.48.

97 Cf. Ivi, n.45.

98 Cf. Ivi, n.47.

99 Cf. Ivi, n.49; Rito dell’iniziazione cristiana degli adulti, n.36.

100 Cf. Messale Romano, veglia pasquale n. 53; Ivi, Messe Rituali, 3. Per il Battesimo.

101 Cf. Messale Romano, “Principi e Norme per l’uso del Messale Romano”, nn.240-242.

102 Cf. Conc.Vaticano II, Costituzione sulla sacra Liturgia “Sacrosanctum Concilium”, n.56.

103 Cf. “Principi e Norme per la Liturgia delle Ore”, n.213.

104 Cf. Messale Romano, Domenica di Pentecoste, rubrica finale; Rito del Battesimo dei bambini, Iniziazione cristiana, Norme generali, n.25.